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Interior

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VOTO: 9

Il “divano di Troia”

Realtà e finzione di tanto in tanto giocano a rimpiattino. Un film come Interior, presentato sabato 21 marzo 2026 al Quattro Fontane di Roma per la sesta edizione del Festival del Cinema Tedesco, forza indubbiamente la mano, proponendo a getto continuo situazioni tanto surreali e paradossali da apparire tutte o quasi il frutto di una fervida immaginazione. E invece pure qui si registrano singolari cortocircuiti con fatti reali o comunque con eventi già registrati dall’immaginario collettivo. Come l’autore stesso, il giovane Pascal Schuh, ha potuto testimoniare durante il Q&A con il pubblico, a monte di un soggetto tanto bizzarro vi sono episodi realmente accaduti in Germania qualche decennio fa, allorché alcuni ladri decisamente ingegnosi riuscirono a introdursi dentro divani cavi, fatti consegnare da spedizionieri complici in abitazioni dove potersi poi liberare di notte e agire indisturbati. In pratica, lo stratagemma del “divano di Troia”. E in Interior lo vediamo altrettanto astutamente replicato, seppur con finalità alquanto diverse…
Ancor più sorprendente e avulsa dalla realtà potrebbe apparire una delle sequenze più iconiche dell’intero lungometraggio, quella del musicista operato al cervello tramite anestesia estremamente localizzata cui il “mad doctor” di turno chiede, per ragioni particolari legate alla riuscita dell’intervento, di restare vigile e suonare addirittura il sassofono. Sembrerebbe qualcosa di completamente inedito sullo schermo, un’ipotesi fantasiosa buttata lì per il suo appeal cinematografico. Pare invece che una trovata del genere fosse già presente in un episodio della serie televisiva di culto Grey’s Anatomy. Lì si trattava di una chitarra. E come qualcuno ha fatto notare in sala, al termine della proiezione, trattasi di tecniche chirurgiche sperimentali vere e già testate con successo altrove.

Da quanto si è detto finora, appare chiaro come il film di Pascal Schuh vada a situarsi su un territorio di confine, utilizzando situazioni estreme e talora assai disturbanti per sondare confini etici, per indagare sul voyeurismo dei protagonisti (e del pubblico), per andare a stuzzicare qualche nervo scoperto. Tutto ciò in sintonia con l’ombroso carattere di uno dei personaggi principali, quel Dr. Liebermann da noi ribattezzato – nonostante la cupezza di fondo – “l’allegro chirurgo”, per via di una propensione a trovare valvole di sfogo e lasciarsi andare, solo esercitandosi in casa al karaoke. Straordinari e ipnotici, per inciso, tali siparietti musicali, anche in virtù dei testi macabri e beffardi delle canzoni composte per l’occasione. Personalità incredibilmente metodica (persino nella preparazione del cibo) e morbosa, il Dottore dietro l’immagine di stimato professionista cela difatti un’inquietante doppia vita e propositi oltremodo singolari, eccentrici: è solito addestrare giovani uomini dalla corporatura esile ma estremamente agili a nascondersi nel già menzionato divano, per avere accesso alle abitazioni di sconosciuti e filmarli in incognito, possibilmente senza interferire con le loro vite. Registrandone pertanto ogni azione e comportamento con lo spirito di un entomologo. La natura “a tesi” dello script, così come l’impronta apparentemente folle ed emotivamente distaccata dell’esperimento, sembrano rimandare in parte ai freddi, calibratissimi teoremi cinematografici dell’austriaco Michael Haneke, in parte a un’episodica, estemporanea tendenza del cinema tedesco contemporaneo a mettere in scena sottilmente perversi esperimenti sociali. Esplorando in tal modo ambienti assai diversificati: si va dal “carcerario” The Experiment – Cercasi cavie umane (Das Experiment, 2001) di Oliver Hirschbiegel allo “scolastico” L’onda (Die Welle, 2008) di Dennis Gansel.
A margine del talmente gelido intreccio vi è però in Interior un’ulteriore deriva dell’immaginario, una traccia di calore di volta in volta abbozzata e repentinamente bloccata, negata: l’evidente tensione omoerotica che lega il Dr. Liebermann al co-protagonista Kasimir, giovane efebo votato per compiacerlo a introdursi col trucco del divano nelle case altrui, quantunque animato da sincera curiosità per il prossimo e da una latente empatia, poco o nulla apprezzate dall’algido chirurgo: sono qualità umane, queste, che da subito rischiano di rivelarsi fatali per il loro asimmetrico rapporto e per la vita stessa di Kasimir. Tale curiosità, da parte del giovane, è a ben vedere in tutto e per tutto simile a quella delle mogli di Barbablù, altro archetipo lambito intelligentemente e con una certa sottigliezza dal cineasta tedesco. Tanto da condurre verso la fine a un possibile, immeritato castigo, incarnato dalla sorprendente e spiazzante epifania della tigre.

Nel contorto rapporto tra i protagonisti, negli ambienti asettici che vi fanno da sfondo, nel modo stesso di riprendere i corpi e negli aspetti più morbosi del thriller claustrofobico che va pian piano a delinearsi, si scorge pertanto, in filigrana, qualcosa di molto vicino alla poetica di Pedro Almodóvar, più in particolare alle atmosfere e alle dinamiche psicologiche del parimenti straniante La pelle che abito (La piel que habito, 2011). Ma di ardite parafrasi, di possibili citazioni e di immaginifici “detour” l’ansiogeno lungometraggio di Pascal Schuh quasi trabocca. Sono studiate bizzarrie e innesti formalmente molto curati che trovano il loro fulcro, secondo noi, nella già menzionata scena del sassofonista operato al cervello: l’onirismo di fondo si traduce qui nella completa distorsione spaziale e nello spaesamento dei personaggi, col paziente ormai in preda a quell’alterato stato di coscienza incerto se avventurarsi o meno verso la classica “luce in fondo al tunnel”. Ma l’impronta estetizzante dell’intera sequenza non è mai fine a se stessa, aiuta al contrario a inquadrare meglio l’inestirpabile ambiguità del Dr. Liebermann: ciò che potrebbe apparire quale suo unico gesto realmente filantropico di tutto il racconto, ovvero il tentativo di salvare un paziente già dato per spacciato dagli altri medici, si configura sempre più come sfida al comitato etico dell’ospedale presso cui lavora, come rivendicazione di una sprezzante superiorità sugli altri e sui loro principi morali. Coerentemente con quel “giocare a fare Dio”, riducendo la sofferenza altrui a mero argomento di studio, che caratterizza tale personaggio dall’inizio alla fine.

Stefano Coccia

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