C’era una volta in Australia
Lo sfruttamento della schiavitù (e spesso anche dei minori) nell’Australia degli anni Trenta. La ricerca di una tanto agognata libertà e l’allontanamento dalla propria famiglia d’origine. E ancora, pericolosi fuorilegge arrivati per “creare scompiglio” in remoti villaggi, due bambini dal destino incerto e legami precocemente spezzati. Wolfram, ultima fatica del regista australiano Warwick Thornton, in corsa per l’ambitissimo Orso d’Oro alla 76esima edizione del Festival di Berlino, tira in ballo tutte queste (complesse) tematiche, al fine di dar vita a una sorta di western (ambientato proprio in Australia, naturalmente) dalle atmosfere indubbiamente evocative, ma che, al termine della visione, ha lasciato gran parte del pubblico con numerosi interrogativi. Ma andiamo per gradi.
La storia messa in scena in Wolfram è quella di tanti (troppi?) personaggi che, in un modo o nell’altro, sembrano destinati prima o poi a incontrarsi e a influenzare a vicenda le rispettive vite. Loro, dunque, sono i due spietati fuorilegge Casey (impersonato da Erroll Shand) e Frank (Joe Bird) – giunti sui loro cavalli per creare scompiglio in piccoli villaggi che vivono dello sfruttamento di vicine miniere di tungsteno – due bambini ingiustamente strappati alla loro famiglia al fine, appunto, di essere sfruttati come lavoratori nelle suddette miniere, e una donna coraggiosa e determinata (Deborah Mailman) che, costantemente in viaggio, non fa che lasciare in giro ciocche di capelli e altri piccoli segnali per motivi inizialmente non bene specificati. Quale sarà il destino dei nostri protagonisti?
A una prima, sommaria lettura della sinossi, dunque, il presente Wolfram ci sembra senza ombra di dubbio un film dal grande potenziale. Soprattutto per il fatto di tirare in ballo così tanti personaggi, così tante storie che sembrano celare un passato importante e un futuro del tutto imprevedibile. Ecco, purtroppo, però, durante la visione, ci rendiamo quasi immediatamente conto che le nostre iniziali aspettative forse non verranno mai del tutto soddisfatte (nonostante – e questo dobbiamo ammetterlo – trovate registiche decisamente degne di nota).
Già, perché, di fatto, la pecca forse più grande di questo ultimo lavoro di Warwick Thornton (che si rifà sotto molti punti di vista a Sweet Country, da lui stesso realizzato nel 2017), è proprio quella di tirare in ballo tantissimi argomenti (con altrettanti protagonisti) senza mai approfondirne realmente qualcuno. Diviso in quattro capitoli, infatti, Wolfram ci parla della situazione degli aborigeni nell’Australia degli anni Trenta (lo stesso Thornton, tra l’altro, è aborigeno), ma anche, più in generale, del colonialismo (attualizzando il discorso, naturalmente, ai giorni nostri) e, non per ultima, dell’importanza dei legami famigliari e delle proprie origini.
Nonostante, dunque, una sceneggiatura che avrebbe necessitato di maggiori approfondimenti e che per questo motivo può talvolta risultare eccessivamente sfilacciata, Wolfram vanta comunque momenti assolutamente degni di nota (atti a conferire dinamicità all’intero lavoro), vedendo nel proprio cavallo di battaglia una rappresentazione degli ambienti (soprattutto con un sapiente uso di campi lunghi) in grado di esercitare sullo spettatore un fascino a dir poco magnetico (particolarmente esemplare, a tal proposito, proprio l’inquadratura finale, che già da sola fa prendere parecchi punti all’intero lavoro). Basterà, però, tutto questo a convincere la giuria berlinese? Questo, avremo modo di saperlo solo tra pochi giorni.
Marina Pavido









