Qualcuno sa dirmi cos’è la vergogna?
Gira voce che alla 76esima edizione della Berlinale, relativamente nascosto tra le proposte d’esordio targate Perspectives, si trovi un dramma carcerario che merita di venire inseguito e scoperto. In risposta a questo passaparola entusiasta, sono sempre più numerosi gli spettatori che qui a Berlino sono arrivati a porsi la seguente domanda: come mai non è in concorso? Il film in questione è Animol di Ashley Walters, e ora che abbiamo recuperato la visione, non resta altro da fare che unirci al coro.
Va subito detto, Animol non era un film per niente facile da portare a casa. Inesperienza dietro la cinepresa a parte, ambientare interamente all’interno di un penitenziario il proprio biglietto da visita nel mondo del cinema significa aprirsi al confronto diretto con numerosi progetti di successo narrativamente adiacenti, ormai radicati nell’immaginario collettivo. Animol non ha certamente la pretesa di rivoluzionare l’equazione di uno dei sottogeneri più apprezzati dal pubblico, ma la sua formula risulta fresca, grazie all’urgenza che la consapevolezza del regista sul tema infonde a questo racconto di formazione, ricco di riflessioni proattive sul sistema di rieducazione e sulla natura malleabile della mascolinità.
La storia si svolge dentro le monotone mura di un istituto di correzione giovanile, in cui stanno per fare il loro ingresso i nuovi arrivati Troy e Krystian, già a prima vista identificabili come carne da macello per i veterani del posto. Non mi addentrerò nelle dinamiche che si diramano successivamente alla stipula delle prime alleanze e inimicizie, potete immaginare le mirabolanti avventure che attendono i due ragazzi, ma è invece interessante ragionare sulla schiettezza con cui Ashley Walters tratteggia il complesso mosaico sistemico che raggruppa tutti questi elementi sotto un’unica sfera. Al centro di tutto c’è Claypole, l’assistente sociale interpretato da Stephen Graham (Adolescence), un personaggio che a primo impatto può apparire come di contorno, ma che si rivela essere la chiave di lettura della disillusione del regista. Claypole ha fatto del guidare questi ragazzi problematici la sua missione nella vita, e in qualità di spettatore ritengo che non si arrivi mai a dubitare della sua integrità morale. Claypole vuole davvero il meglio per i giovani detenuti, anche per gli elementi più irrecuperabili, ed è mosso da reale affetto nei loro confronti. È importantissimo che tutto ciò venga percepisca come sincero, in quanto base della disperazione che permea il film: non importano le attenzioni e le belle parole, Troy si ritroverà sempre più invischiato nella brutale gerarchia interna dell’istituto. Come lui, arriviamo a sentirci traditi e sbattuti in isolamento, con la testa che rimbomba di storielle che sappiamo perfettamente non avere alcun valore in questo luogo. Walters suggerisce che il pericolo più grande di questo abisso temporaneo, al di là della violenza, è il graduale inghiottimento di ogni speranza verso il futuro, verso quel fantomatico “nuovo inizio” promesso da Claypole sulla fiducia di un’entità superiore. In assenza di adulti affidabili a cui rifarsi, Troy è costretto ad assorbire come una spugna la tossicità funzionale del branco, iniziando un processo di corruzione irreversibile che passa per la necessità di costruirsi un’identità che gli permetta di sopravvivere. Sarà l’amicizia con Krystian a tenerlo a galla, ricordandogli che l’affetto non è un privilegio di chi ha tutto in ordine nella vita.
Animol funziona perché rispetta l’intelligenza emotiva dello spettatore, stimolando empatia e sconforto verso anime fragili e impotenti in balia di un sistema fallace, piuttosto che attraverso esagerati atti di violenza. Persino i detenuti più negativi godono dei loro momenti di redenzione, in un film che non si lascia andare allo stesso sconforto che cerca in tutti i modi di comunicare; tenerezza, speranza e si, persino amore (!), sono temi altrettanto presenti. Personalmente, ritengo che poche cose diano la stessa soddisfazione del connubio tra ironia e sconforto, e Animol concede in più occasioni la soddisfazione di poter lasciar andare un sorriso dopo aver avuto il battito in gola per diversi minuti consecutivi. Sarà proprio uno di questi fugaci momenti di tregua a concludere il viaggio di Troy; il film ci ricorda in modo dolcemente meschino che, dopotutto, si sta comunque parlando di ragazzini, anime spensierate che in qualunque momento della storia, anche i più tesi, avrebbero potuto decidere di riderci sopra e diventare amici, di iniziare a ballare come ora suggerisce Claypole in uno dei loro esercizi di gruppo. “È tutta colpa della vergogna, del senso di inadeguatezza verso se stessi”, dice, “bisogna imparare a lasciarla andare”.
Alessio Vinciguerra






