La vedi ‘sta cittadinanza? È greca!
Già presentato nel 2025 al Tallinn Black Nights, inserito ora nel Concorso Lungometraggi del Trieste Film Festival 2026, Elena’s Shift di Stefanos Tsivopoulos è ulteriore testimonianza della vivacità e delle notevoli risorse espressive del cinema greco contemporaneo. Talvolta questa vitalità si manifesta in prima istanza attraverso ben definite scelte formali e stilistiche. In altre occasioni è una drammaturgia solida e molto attuale, invece, a farsi notare. E apprezzare. Tale è il caso di Elena’s Shift, teso racconto cinematografico ben calato nella realtà odierna, rappresentata giustamente in modo urticante, anche ruvido, attraverso uno stile di riprese basico e comunque incalzante che sembrerebbe guardare in direzione di Ken Loach o dei fratelli Dardenne, anche per l’emergere di determinate questioni sociali in tutta la loro problematicità.
A tal proposito la sequenza iniziale è simile a una dichiarazione di poetica. Assistiamo infatti al colloquio in un ufficio statale della rumena Elena, la protagonista, coi funzionari dell’immigrazione cui spetta stabilire se lei, dopo diversi anni trascorsi in territorio ellenico, può diventare o meno cittadina greca. Camera fissa sul volto delle giovane donna. Domande a raffica. Ma, come a introdurre una nota dissonante rispetto a certi schemi del cinema militante testé citato, da subito Elena appare tutto tranne che un’emarginata o una persona che vive di espedienti. Al contrario lei, pur separata e con un figlio a carico, ad Atene ha raggiunto la madre che già vi lavorava da tempo, si è trovata a sua volta un seppur umile lavoro, conosce abbastanza bene lingua e cultura locali, contribuisce a pagare l’affitto e potrebbe avvalersi addirittura di una laurea conseguita in patria (per quel che può contare, oggigiorno, in ambito lavorativo). Ciononostante, facendo pesare la candida ammissione di Elena d’avere pochi amici greci come fosse indizio di scarsa integrazione sociale, la commissione le rifiuta in modo secco la cittadinanza. E con essa la possibilità di essere ammessa a determinati concorsi pubblici…
Elena, che a volte ancora sogna di trasferirsi a Berlino ma esita per non sottoporre il proprio bambino a un altro trauma, dovrà tornare così al suo modesto impiego, presso la società di pulizie che serve la metropolitana di Atene. Arbitrio e corruzione albergano però anche lì. Perso il lavoro per un contratto-truffa, si troverà proiettata nuovamente verso quell’impegno politico già portato avanti quando si trovava in Romania, cercando magari un appoggio nel piccolo, battagliero sindacato con cui comincia a collaborare. Tale struttura è destinata a rivelarsi, col tempo, meno solida e coesa di quanto si poteva inizialmente supporre, ma qualcosa di importante glielo procurerà lo stesso: una nuova relazione sentimentale, non priva di battute d’arresto ma fondamentalmente appassionata e sincera, con la legale stessa del sindacato.
Di carne al fuoco in Elena’s Shift ce n’è tanta, forse persino troppa: le trappole sempre più insidiose dell’economia liberista, il trattamento riservato agli immigrati in Grecia, il mondo LGBT. Eppure il film, ispirato a fatti veri e ambientato nel 2013 nella capitale greca, riesce a tenere unito l’incandescente materiale narrativo senza strappi, senza forzature, facendo emergere al contempo l’umanità dei personaggi e il crescente cinismo del mondo istituzionale, ancor più quello presente nel mondo del lavoro; con il notevole picco drammatico insito nella brutale aggressione, subita in metro dalla protagonista, ad accrescere ulteriormente l’impatto emotivo dell’opera. Laddove tutto lo sporco e il marcio dell’odierna società occidentale finiscono per riflettersi in una vile, violenta rappresaglia. Starà allora alla protagonista – e a chi le è rimasto vicino – trovare la forza per alzare nuovamente la testa e combattere alle radici un sistema totalmente sbagliato.
Stefano Coccia









