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Predator: Badlands

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VOTO: 4,5

Una saga che raschia il fondo del barile

Sullo spietato pianeta natale degli Yautja, la razza di cacciatori alieni che abbiamo conosciuto grazie al capolavoro Predator (1987) di John McTiernan, il giovane Dek (Dimitrius Schuster-Koloamatangi) fa fatica ad essere accettato dal suo clan. Secondo gli altri, e soprattutto secondo il suo stesso padre, è troppo basso, mite e debole. Soggetti come lui non possono sopravvivere, vengono visti come un inaccettabile difetto per l’intera linea di sangue: per tale motivo Dek viene condannato a morte, proprio quando ha deciso che pur di provare il suo valore intende portare come trofeo quello del temibile mostro Kalik del lontano pianeta Genna, un mondo tanto letale da spaventare perfino gli Yautja. Al momento di partire, viene difeso a costo della vita dal fratello Kwei che, prima di soccombere alla lama paterna, gli da giusto il tempo di fuggire per dirigersi su Genna. Giunto a destinazione, nel giro di poche ore si ritrova stremato e quasi ammazzato dalla flora e dalla fauna locali, effettivamente micidiali. Ad aiutarlo in modo inaspettato c’è però Thea (Elle Fanning), una scienziata sintetica appartenente alla Weyland-Yutani Corporation, sì quella del franchise di Alien, da tempo facente parte del medesimo universo narrativo. Costei è l’unica superstite di un gruppo di androidi inviati anch’essi alla ricerca del misterioso Kalik. Mentre Thea, dunque, diventa la guida ideale per Dek e gli permette di superare le mille insidie incontrate, la strana coppia fa la conoscenza di una bizzarra, piccola creatura che chiamano Bud e che decide ostinatamente di unirsi ai due. Sulle loro tracce si mette nel frattempo l’androide gemella guerriera di Thea, Tessa (interpretata anch’essa dalla Fanning). Sul pianeta hanno così luogo due cacce simultanee, oltre a quella del Kalik che non tarda a farsi avvistare, mettendo così ognuno dei pericolosi predatori anche nello scomodo ruolo di preda. Può emergere vincente solo uno di essi.
Diretto da Dan Trachtenberg (sue anche alcune idee del soggetto), questo ennesimo capitolo della saga Predator è la dimostrazione che qualsiasi ottima idea del passato viene oggi riciclata allo sfinimento fino a creare storie tutt’al più guardabili e comunque sempre dimenticabili. Anche qui la sceneggiatura di Patrick Aison e Brian Duffield non sembra andare oltre la ricerca di un intrattenimento fine a sé stesso, preferendo inserire alcuni concetti buoni per i teenager contemporanei e rinunciando a qualsiasi contenuto maturo in favore, manco a dirlo, di una infantile sequenza di azioni edulcorata da ogni reale violenza.
Pur partendo da un interessante presupposto, l’idea di uno Yautja più debole e forzatamente esiliato tra terribili minacce, il concetto di “underdog” alla ricerca di un riscatto morale e perfino sociale è minato da alcuni palesi parallelismi che possono angosciare gli adolescenti di oggi. Il proprio valore non riconosciuto dalle generazioni precedenti, l’esclusione di gruppi “fragili” e il rifiuto totale delle tradizioni in nome di famiglie diverse e scelte in modo rivoluzionario (il clan di Dek diventa a tutti gli effetti lo stravagante trio composto con Thea e Bud). A questo si aggiunge una massa di uomini bianchi dall’aspetto identico, del tutto insensibili, malvagi, manipolabili e incredibilmente stupidi. Ovviamente, essendo questi i membri una squadra composta nella sua totalità di androidi, massacrarli fino all’ultimo con gioia catartica può essere fatto senza turbare la sensibilità di nessuno (no, non viene versata una goccia di sangue in un’ora e quaranta di durata, fatta eccezione per qualcosa di fosforescente degli Yautja, ma non fa testo). Nonostante una partenza decente, con alcuni spunti degni di attenzione, si fa presto a scivolare in assurdità o incongruenze messe una in fila all’altra, scadendo in un banale action movie dove si sfiora perfino il demenziale, come quando le gambe di Thea vanno a spasso da sole eliminando a calci nemici armati (non stiamo scherzando purtroppo). Senza timore di rovinare alcunché per chi desidera vedere questo film, possiamo dire ad esempio che i sintetici hanno perso la loro leggendaria precisione (ricordate la mitica scena del coltello battuto a rapidità sovrumana fra le dita di un terrorizzato Bill Paxton nello splendido Aliens (1986)? Ecco, scordatevelo). Oppure che, sebbene siano operativi in un lontanissimo futuro, nessuno di loro sa dov’è l’altro ovvero, a differenza anche solo del vostro banale cellulare, nessuno di essi è in rete e, per tale motivo, possono essere eliminati uno a uno senza che la loro distruzione venga minimamente avvertita dai compagni. L’implacabile antagonista, Tessa, dispone di una basilare, glaciale personalità tagliata con l’accetta e fa da contraltare ad una Thea logorroica e un po’ svampita che non fa altro che parlare per tutto il tempo, diventando rapidamente uno dei personaggi più fastidiosi di tutta la pellicola. Lasciate stare i caratteri indimenticabili dei mercenari o dei marines spaziali nei già citati Predator e Aliens: qui abbiamo uno Yautja bullizzato e una ragazzetta un po’ fricchettona entrambi ai ferri corti con le loro rispettive famiglie che decidono di mettere su la loro piccola gang. Nella noia generale, questo capitolo di uno stanchissimo franchise fa della assoluta prevedibilità la sua cifra stilistica principale, perfino quando arriva un colpo di scena che chiunque tra il pubblico faccia un minimo d’attenzione può vedere ad un miglio di distanza. Un filmetto insomma da vedere quando uscirà sulle piattaforme digitali, sperando che sia l’ultimo della saga.

Massimo Brigandi

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