Un ritorno difficile
“Le nostre vie si intrecciano come fili sparsi”
Meša Selimović
(scrittore bosniaco)
Rilanciate oggi come oggi anche dal portale MyMovies, in streaming, vi sono sezioni veneziane che hanno poco da invidiare a livello qualitativo al concorso stesso, a nostro modestissimo avviso. Può capitare così che ad essere presentato in anteprima alle Giornate degli Autori e ad aprire così la sezione Notti Veneziane, realizzata in accordo con Isola Edipo nell’ambito della 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, sia stato un documentario incredibilmente stratificato e in grado di toccare corde emotive profonde.
Parliamo di DOM, realizzato da Massimiliano Battistella a ridosso di una vicenda umana assai delicata e a tratti straziante, come lo sono certe parabole famigliari i cui strascichi si propagano dall’infanzia all’età adulta. Volendo già il titolo, DOM (laddove il termine “dom” ricorrente nelle lingue slave presenta, nel suo significato di casa, un’evidente derivazione dal latino “domus”), indirizza lo spettatore verso un potenziale discorso cinematografico inerente alle origini, ai retaggi famigliari, al luogo di provenienza. Più specificamente Dom Bjelave è il nome di un orfanotrofio, a Sarajevo, da dove durante il feroce, sanguinoso, crudele conflitto bosniaco alcune decine di bambini, ritenuti particolarmente fragili, furono sottratti ai bombardamenti, fatti espatriare ed accolti in un corrispettivo istituto italiano. Ciò avveniva intorno alla metà degli anni ’90 e molti di loro da allora non hanno più lasciato l’Italia, venendo prima adottati e poi messi nelle condizioni di costruirsi una loro famiglia.
L’intenso documentario di Massimiliano Battistella è incentrato proprio su una di queste sofferte parabole esistenziali, quella di Mirela, che ora vive a Rimini circondata dall’affetto del marito e dei figli ma che, a un certo punto della propria vita, ha sentito il bisogno di compiere un solitario viaggio in Bosnia, per incontrare quei ragazzi divenuti adulti che erano suoi amici all’orfanotrofio e che contrariamente a lei sono rimasti lì per tutta la guerra; ma, soprattutto, per mettersi alla ricerca della madre biologica, purtroppo mai conosciuta. E proprio l’esito finale di tale ricerca da un lato l’aiuterà ad acquisire maggiore consapevolezza di sé, dall’altro aggiungerà alla sua già sofferta biografia ulteriori dosi di amarezza e malinconia. Non in misura tale, però, da affievolire il calore del ritorno dai propri cari, al rientro in Italia.
Delicato, umbratile, ricco di strati, incline a generare emozioni sincere e a volte anche contraddittorie, DOM vive di un fitto reticolato di incontri come pure di bruschi accostamenti tra il presente e quel dolente passato, ben ricostruito attraverso i filmati di repertorio, da cui acquista slancio un discorso sulla memoria, sia personale che collettiva, che appare tutt’altro che scontato. Filtrato dallo sguardo di Mirela è dunque il ritratto di una generazione perduta – solo in parte ritrovata – a prendere vita. Se tra i contraccolpi psicologici più evidenti vi è poi quel latente senso di colpa, manifestato da chi come la protagonista è riuscito a scappare per tempo dalla guerra nei confronti di chi invece è dovuto rimanere lì, la buona tessitura filmica dell’opera promuove anche una possibile catarsi: sottolineato da una colonna sonora empatica, ipnotica, il tema del “nostos” intarsiato attorno alla donna bosniaca, adottata ormai dall’Italia, trova un valido contrappunto e un armonico compimento proprio nell’epilogo, con le scene del ricongiungimento famigliare sull’Adriatico. E quindi del rientro a casa. La sua nuova casa.
Stefano Coccia









