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Greenland 2 – Migration

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VOTO: 5

Un nuovo inizio

O qualcuno dell’entourage della Casa Bianca all’epoca della prima presidenza Trump ha spifferato all’orecchio indiscreto di qualche produttore qualcosa in merito alle mire espansionistiche del tycoon sulla Groenlandia, oppure siamo davanti all’ennesima dimostrazione dei poteri premonitori della Settima Arte capace di anticipare gli eventi. Del resto si sa che l’immaginazione supera spesso la realtà. Se si ripensa con il senno di poi alla trama del primo capitolo di Greenland, nella quale cittadini americani, tra cui i componenti della famiglia Garrity, venivano scelti dal Governo per andare a rifugiarsi in appositi bunker costruiti proprio in quel di Thule per sfuggire a una pioggia di meteoriti che da lì a qualche giorno avrebbe ridotto il pianeta in cenere, suona come uno scherzo per nulla divertente. Ora per fortuna la Terra non rischia tanto, ma il fatto che al Presidente degli Stati Uniti, nel pieno del secondo mandato, sia tornata alle mente l’intenzione di mettere mani sulla Groenlandia e le sue terre rare, piantando la bandiera a stelle e strisce su di esse mentre sul grande schermo a partire dal 29 gennaio 2026 tornano le disavventure dei Garrity nel sequel Greenland 2 – Migration, appare davvero come una brutta coincidenza.
La pellicola, che vede Ric Roman Waugh e Chris Sparling tornare rispettivamente come regista e sceneggiatore, con il secondo affiancato in fase scrittura da Mitchell LaFortune, riallaccia i fili del racconto riprendendo esattamente laddove scorrevano i titoli di coda del film del 2020. Cinque anni dopo l’impatto della cometa Clarke che ha devastato la Terra, la famiglia Garrity è sopravvissuta rifugiandosi in un bunker in Groenlandia. Ma quando anche quell’ultimo baluardo viene distrutto, John Garrity (Gerard Butler), sua moglie Allison (Morena Baccarin) e il figlio Nathan (Roman Griffin Davis) sono costretti a tornare in superficie. Il mondo che li attende è irriconoscibile: un pianeta ferito, segnato da catastrofi climatiche continue e da una umanità ridotta allo stremo. Tra le macerie di un’Europa congelata e ostile, i Garrity intraprendono una migrazione disperata verso la Francia, dove si dice possa esistere un nuovo luogo in cui ricostruire la civiltà.
Cominciamo con il sottolineare che Greenland 2 – Migration, alla pari del suo predecessore, non racconta come evitare la fine del mondo, ma cosa accade dopo, quando sopravvivere non basta più e la vera sfida diventa tornare a vivere. Un focus, questo, che dal punto di vista contenutistico per quanto concerne il disaster-movie post-apocalittico non rappresenta nulla di nuovo. Una larghissima fetta di opere appartenenti al sottogenere chiamato in causa ruotano e si sviluppano intorno ad esso, facendone il baricentro narrativo e drammaturgico. Di conseguenza ciò che viene propinata allo spettatore di turno è l’ennesima narrazione che parla al presente, mettendo al centro le scelte morali, la resilienza e il bisogno universale di trovare un luogo da chiamare casa, anche quando il mondo è cambiato per sempre. Insomma, niente che il filone in questione non abbia già sviscerato a più riprese nel corso della sterminata letteratura cinematografica sul tema. Il ché rende la visione uno show già visto, prevedibile in ogni risvolto, compreso quello che di fatto, dal momento in cui la decisione di migrare diventa inevitabile, spinge il plot all’altrettanto inevitabile mutazione genetica. Accade esattamente quanto si poteva ipotizzare, ossia che la saga evolvesse da racconto catastrofico di emergenza globale ad odissea post-apocalittica in chiave war-movie, dove l’azione si intreccia con una riflessione su famiglia, speranza, migrazione e ricostruzione. In poche parole si passa da qualcosa di simile a Deep Impact di Mimi Leder a qualcosa che può ricordare Civil War, per nulla paragonabili.
Al netto di qualche scena più o meno adrenalina (tra cui l’attraversamento del ponte tibetano o l’incipit della tempesta) che provoca quante scossa tellurica alla timeline e al fruitore, quest’ultimo dovrà accontentarsi della solita minestra riscaldata, per di più appesantita da effetti che sono tutt’altro che speciali. Sequenze come quella dello tsunami ad esempio, che mostrano palesi criticità in termini di VFX nella resa, ne sono la prova tangibile.

Francesco Del Grosso

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