Sensazione serpentosa
Nonostante siano trascorsi quasi trent’anni dalla realizzazione, ancora si discute se Anaconda si possa considerare o no un cult. Anche chi scrive nutre seri dubbi a proposito, eppure in un modo o nell’altro, nel bene e nel male, persiste nei ricordi e nell’immaginario cinematografico di quegli spettatori che nel 1997 hanno visto sul grande schermo l’action-horror di Luis Llosa, interpretato da volti noti come quelli di Ice Cube, Jennifer Lopez e John Voight. Il successo commerciale ottenuto all’epoca dal film ne ha alimentato l’eco al punto da spingere gli aventi diritti a realizzare tra il 2004 e il 2015 la bellezza di tre sequel e persino un crossover con il franchise di Lake Placid, con esiti tutt’altro che memorabili. Esiti, questi, che sembravano avere messo una volta per tutte una pietra tombale sulla saga, o almeno sino al gennaio 2020 quando venne annunciato che la Columbia Pictures aveva deciso sviluppare e mettere in cantiere un reboot. Di anni però ne dovranno trascorrere altri cinque prima che il progetto si concretizzasse e un altro ancora per vederlo finalmente nei cinema. Ora quel momento è arrivato, con il nuovo Anaconda che approda nelle sale nostrane con Eagle Pictures a partire dal 5 febbraio 2026. A dirigerlo è stato chiamato Tom Gormican, già dietro la macchina da presa di Quel momento imbarazzante e Il talento di Mr. C, che lo ha anche sceneggiato con il sodale Kevin Etten.
In questo reboot, che i protagonisti definiscono invece una specie di “sequel spirituale”, come vedremo ha cambiato completamente i connotati alla matrice originale, prendendone totalmente le distanze. Pur conservando l’anima da b-movie e il genere di riferimento, gli autori hanno modificato il DNA, accantonando il tono serio di un horror costruito attorno a un serpente gigante che fa strage degli astanti a favore di quello comico. La scelta di affidare il reboot a un regista come Gormican del resto era già di per sé una dichiarazioni d’intenti, che poi si sono materializzati in una commedia horror e meta-cinematografica che si prende letteralmente gioco del prototipo in chiave satirica. Vediamo infatti i personaggi di turno recarsi in Brasile per fare un omaggio-oltraggio della fonte. Si tratta di Doug (Jack Black) e Griff (Paul Rudd), due migliori amici fin dall’infanzia che hanno sempre sognato di rifare il loro film preferito di tutti i tempi: il “classico” cinematografico Anaconda. Quando una crisi di mezza età li spinge a buttarsi finalmente nell’impresa, partono per le profondità dell’Amazzonia per iniziare le riprese. Ma le cose si fanno serie quando appare improvvisamente una vera anaconda gigante, trasformando il loro set caotico e comico in una trappola mortale. Il film che muoiono dalla voglia di girare? Potrebbe letteralmente ucciderli…
“Rifare” è dunque la parola chiave di questa operazione, che per quanto ci riguarda è quanto di più intelligente e sensato si potesse concepire. Il cambio di registro e il cast nuovo di zecca hanno dato nuova linfa vitale a un qualcosa che se replicato fedelmente con un remake avrebbe con molta probabilità fatto l’ennesimo buco nell’acqua, proprio come accaduto con i mediocri sequel. La modifica consente al plot base di diversificare l’offerta narrativa e drammaturgica, affiancando alla parte action e orrorifica del film originale una componente comica che allarga e di molto lo spettro dell’intrattenimento. Scene come quelle della fuga con il cinghiale sul dorso o della puntura del ragno riversano sulla platea di turno una dose massiccia di risate, merito anche della performance di un Jack Black in grande spolvero grazie a un personaggio che sembra un mix del Jerry “rigiratore” di pellicole celebri rifatte in casa di Be Kind Rewind e l’eccentrico e poco affidabile regista in crisi produttiva Carl Denham del King Kong di Peter Jackson.
Francesco Del Grosso








