Sull’orlo della catastrofe
In ogni kermesse dedicata al cinema fantastico e di fantascienza che si rispetti non può di certo mancare un film che parla di viaggi nel tempo. Un must oltre che un appuntamento immancabile questo per il genere in questione, ma anche per una manifestazione come il Monsters Fantastic Film Festival, che per la sua ottava edizione ha portato a Taranto la pellicola di Arto Halonen dal titolo After Us, the Flood (Jälkeemme vedenpaisumus).
Già transitato sugli schermi nostrani in occasione delle presentazioni al Trieste Science+Fiction Festival 2024 e all’EXTRA Sci-Fi Festival di Verona 2025, After Us, the Flood è un dramma che si avvale di ingredienti fantascientifici per disegnare e visualizzare scenari futuri alternativi non propriamente rassicuranti per provare a rispondere alla domanda: come vivresti se avessi un’altra chance? Lo fa proiettando lo spettatore di turno nel 2064 in un mondo sull’orlo di una catastrofe ambientale. L’ONU ha sviluppato un modo per viaggiare nel tempo, trasferendo la personalità e i ricordi al momento della nascita. Per la missione viene scelto Henrik, un fisico brillante ma narcisista, che dovrà diffondere il progetto del reattore a fusione e impedire così che il cambiamento climatico abbia luogo. Ma qualcosa va storto: Henrik nasce nel corpo sbagliato e deve imparare l’umiltà mentre deve rivalutare la sua vita e i suoi errori da una prospettiva completamente diversa.
La struttura del film, concepita dalla sceneggiatore Ossi Hakala, si muove su più linee temporali per cucire le trama di un’opera che vuole esplorare la natura umana in tutta la sua complessità: l’egoismo, l’amore, la meschinità e il perdono, ma anche per tentare di indagare i motivi per cui l’uomo è ancora incapace di fermare i mutamenti climatici. Halonen, regista, produttore e sceneggiatore finlandese di film di finzione e documentari che si è fatto conoscere per la forte sensibilità sociale nei confronti dei temi trattati non poteva farsi sfuggire una storia come questa, prendendola in consegna così da proseguire un suo personale discorso autoriale nel solco già scavato del cinema di genere. Per farlo, al netto di lodevoli intenzioni, l’autore si avvale di stilemi sci-fi e di una confezione dalle ambizioni alte, ma sulla quale pesano però i limiti imposti da un basso budget che nel corso della timeline provoca crepe, fragilità strutturali e tecniche. Vedi ad esempio i VFX non sempre all’altezza in termini di resa rispetto alle reali esigenze del progetto.
Suo e nostro malgrado purtroppo la scrittura e la messa in quadro smarriscono strada facendo la bussola, rilegando in secondo piano i temi ambientali e la stessa dicotomia capitale/umanità che sulla carta avrebbero dovuto essere e rimanere centrali nella narrazione e nella drammaturgia. Si assiste di conseguenza a una vistosa perdita del focus che ha delle ripercussioni negative sul plot, sulle one-lines dei personaggi (a cominciare dal protagonista) e sulla pellicola in generale.
Francesco Del Grosso









