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La linea dell’orizzonte

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VOTO: 7,5

Il paesaggio e il ritratto, “paesaggio dell’anima”

Singolare sin dal formato dell’inquadratura, che evoca a tratti il quadrato e cioè la forma di molte opere dell’artista omaggiato, La linea dell’orizzonte di Federico Frascherelli è (assieme a quelli di Francesco Fei) tra i migliori documentari visionati durante la Festa del Cinema di Roma 2026. Lo è per simili, apprezzabili scelte stilistiche; lo è per il lungo studio della produzione artistica e del carattere stesso del personaggio preso in esame; lo è naturalmente per l’estro, per la straordinaria umanità e per il tratto originale di un artista, il marchigiano Tullio Pericoli, che meritava senz’altro di essere conosciuto e osservato così, più da vicino.
Nato nel 1936 a Colli del Tronto, in provincia di Ascoli Piceno, il disegnatore, pittore e illustratore italiano non è solito mettersi a tutti i costi sotto i riflettori, per quanto dai suoi trascorsi emergano frequentazioni illustri tra cui anche Calvino, ma ha davvero tanto da raccontare, sia su cotanto percorso creativo che sulle proprie vicende biografiche. Come ad esempio quell’iniziale spaesamento, sperimentato nello spostarsi per lavoro dalle natie Marche alla febbrile quotidianità milanese, “migrazione interna” ben resa sullo schermo da immagini di repertorio, eloquenti aneddoti del protagonista e frequenti riprese in treno. Sì, proprio quel treno dai cui finestrini viene spontaneo soffermarsi sul paesaggio, autentico fulcro di un corpus di opere comunque molto variegato.

Sono per l’appunto il paesaggio e il ritratto gli assi cartesiani di una produzione artistica meritevole della massima attenzione. Dal modo in cui ogni tema viene trattato emerge peraltro un notevole livello di complicità tra regista del documentario e protagonista, tale da propiziare sia momenti di matrice “situazionista” che un metodico approfondimento della sua ispirazione.
Divertente è ad esempio l’intro del doc, in cui si vede l’artista firmare col pennarello il vetro della telecamera riproducendovi così suoi paesaggi, un po’ come fanno i tennisti vittoriosi al termine di un incontro ripreso in diretta. Questo carattere “ludico” lo ritroviamo anche, a volte, nella scelta delle inquadrature in treno.
Ma poi c’è spazio, naturalmente, per porre in risalto l’evoluzione artistica di Pericoli: quei ritratti eseguiti cercando nei volti una sorta di geografia dell’anima, quel riportare su tele quadrate paesaggi che sono solo piccole porzioni di realtà, destinate a dialogare nella percezione di chi guarda con un “fuori campo” altrettanto espressivo. Ed è sempre lì che nasce quell’orizzonte così peculiare la cui linea, qualora non risulti addirittura assorbita nel quadro, è posta tanto in alto.

Di questo artista solitamente così schivo Federico Frascherelli ha saputo catturare aspetti che finora, come un fiume carsico, erano emersi soltanto a sprazzi, prevalentemente nei suoi libri, concepiti tanto come “specchio teorico” delle opere pittoriche e grafiche, tanto come testimonianza offerta in prima persona. Davanti alla videocamera un Pericoli prodigo di citazioni menziona ad esempio Goethe, quella sua nota concezione poetica della mano, quale organo della vista e della mente («…vedo con occhio che sente, sento con mano che vede», scriveva il pensatore tedesco nelle Elegie Romane), che anche l’artista natio delle Marche ha fatto sua da tempo. A testimoniarlo vi è un apprezzato saggio autobiografico, intitolato Pensieri della mano. Memori di ciò, al termine della proiezione non abbiamo perso l’occasione di procurarci e farci autografare il nuovo libro di Tullio Pericoli, La bella età – Note di lavoro, citato più volte nel Q&A col pubblico in quanto dimostrazione di come l’artista, conscio dei limiti anagrafici ma anche sereno nell’affrontarli, pure in età avanzata abbia saputo trovare gli stimoli giusti per portare avanti con passione la propria attività.

Stefano Coccia

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