Home In sala Uscite della settimana It Ends

It Ends

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VOTO: 4,5

Chi si ferma è perduto

Giovanissimo autore cresciuto come i connazionali Kane Parsons (Backrooms) e Curry Barker (Obsession) fuori dai percorsi tradizionali di Hollywood, Alexander Ullom è considerato dagli addetti ai lavori e dalla critica una delle più promettenti nuove voci dell’horror indipendente contemporaneo. A giudicare dai cortometraggi autoprodotti e dai video virali per YouTube da lui realizzati potrebbe essere così, ma dopo avere assistito al suo lungometraggio d’esordio dal titolo It Ends, in uscita nelle sale nostrane per Halloween dal 28 ottobre 2026 con I Wonder Pictures, con tutta onestà ci sentiamo di dissentire e avere qualche dubbio in merito. Magari i risultati al box-office e le future prove dietro la macchina da presa ci smentiranno e gli daranno ragione, ma al momento questa prima prova sul grande schermo – non siamo gli unici a pensarlo – ha deluso e non poco le attese e le speranze riposte in lui e nel film.
Protagonisti sono i quattro amici James (Phinehas Yoon), Day (Akira Jackson), Fisher (Noah Toth) e Tyler (Mitchell Cole), che sono appena usciti dal college e vogliono trascorrere insieme una delle ultime serate prima che le loro vite prendano direzioni diverse. Alla ricerca di qualcosa da mangiare, imboccano per errore una strada isolata che attraversa un bosco. Ma ben presto si accorgono che qualcosa non torna: il percorso sembra ripetersi all’infinito, ogni tentativo di allontanarsene fallisce e ciò che si nasconde oltre i margini della carreggiata rende impossibile fermarsi. Circondati da fenomeni inspiegabili e presenze terrificanti, mentre la realtà sembra sgretolarsi intorno a loro, i quattro protagonisti dovranno decidere se accettare il proprio destino o tentare una fuga impossibile.
Già dalla lettura della sinossi è possibile intuire quali siano i dispositivi narrativi adottati dall’autore e le regole d’ingaggio alle quali lo spettatore di turno dovrà sottostare per entrare in sintonia con un’opera che vuole essere essenziale e al contempo inquietante, trasformando un viaggio notturno e una strada apparentemente senza fine in un perturbante spazio fisico e mentale. Il regista statunitense porta sul grande schermo un horror che punta a trascendere le coordinate classiche del genere, evitando l’utilizzo del più tradizionale jumpscare a favore di una costante e latente tensione che mira ad esercitare una pressione psicologica sui personaggi e di riflesso sui fruitori.
Lo fa mescolando senza soluzione di continuità hang out movie e incubo esistenziale, delineando con i mezzi e gli stilemi messi a disposizione del filone di riferimento un racconto sulle incertezze che accompagnano il passaggio all’età adulta, sulla ricerca di un significato da attribuire alla propria esistenza, sul percorso di accettazione della mortalità e di riscoperta del valore delle relazioni umane, sull’amicizia e sul tempo. Quest’ultimo è il tema centrale, il meccanismo intorno al quale ruota e si sviluppa la trama e il cuore pulsante di It Ends, limitandosi a scorrere inesorabile mentre i personaggi continuano a parlare e a inventarsi occupazioni pur di non prendere atto della propria immobilità, girando a vuoto a bordo di una Jeep Cherokee che rappresenta da una parte una salvezza dai pericoli incontrati lungo il percorso e dall’altra una gabbia. Una gabbia nella gabbia, in realtà, perché il veicolo altro non è che la ruota all’interno della vera prigione che è la strada, con i personaggi che ci corrono dentro come dei criceti.
Il tempo di esistenze che girano a vuoto e il movimento perpetuo senza progresso che non porta a risposte e soprattutto a una via d’uscita sono le chiavi di un film che agisce in sottrazione invece che in accumulo, che lascia al potrebbe accadere e non accade, al fuori campo e alla paura per una minaccia imminente, il compito di aggredire lo spettatore. Non può non tornare alla mente il meccanismo de L’angelo sterminatore di Buñuel, con i suoi borghesi inspiegabilmente incapaci di abbandonare una stanza dopo una cena. E allo stesso tempo anche Backrooms, nel quale gli spazi anonimi nei quali si aggirano i protagonisti, replicabili all’infinito in un loop labirintico ansiogeno e soffocante, sembrano promettere sempre un’altra stanza, un’altra possibilità di uscita. Ullom fa suoi questi due meccanismi come fossero delle reference per dare forma e sostanza al plot di It Ends e alla sua architettura narrativa e formale. Tutto davvero molto interessante, stimolante e attraente in teoria, potenzialmente forte sulla carta, peccato che all’atto pratico l’esito non rispecchi le buone premesse. Ciò prende la forma e la sostanza audiovisiva di un gioco al massacro psicologico che alla lunga, esauriti curiosità e interesse nei confronti di un’idea intrigante, si tramuta suo e nostro malgrado in un film soporifero, che sfianca e irretisce, causando sbadigli invece che brividi.

Francesco Del Grosso

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