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The Idiot(s)

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VOTO: 4

Un’idiozia su Dostoevskij

Nell’apprendere che alla Festa del Cinema di Roma 2026, in Freestyle, sarebbe stato proiettato The Idiot(s) di Małgorzata Szumowska e Michał Englert, era subentrata in noi una legittima curiosità. Ci interessava, insomma, scoprire come sarebbero state espresse sul grande schermo la genesi di uno dei massimi capolavori della letteratura mondiale e le vicende personali del suo autore.
Dopo la presentazione del film all’Auditorium ci viene solo da commentare, in latino: mala tempora currunt, sed peiora parantur. Sia per la volgarità da noi riscontrata nel lungometraggio in questione, sia per quel diffuso clima di giubilo avvertito, tra gli spettatori, al termine della proiezione stessa; reazione che, almeno ai nostri occhi, testimonia più che altro un moto di simpatia collettivo per l’autentica “mattanza” cui è stata sottoposta, nella fattispecie, l’immagine del grande scrittore russo.

Sì, perché The Idiot(s), tratto dal libro La moglie del giocatore di Andrew D. Kaufman, pare corrispondere in pieno a una delle odierne tendenze culturali che riteniamo più infauste: quella che consiste nel rileggere importanti figure storiche, letterarie, artistiche del passato, generalmente uomini, minimizzandone i meriti e amplificando a dismisura debolezze caratteriali, meschinità presunte o reali, attitudini attaccabili in base alla sensibilità moderna su basi puramente ideologiche. Un approccio di natura “revisionista”, insomma, riconducibile trasversalmente alla cosiddetta “cancel culture” e con quel taglio fastidiosamente “androfobico” cui il pensiero della buonanima della Murgia e di diversi altri ci ha, purtroppo, abituato.
Si può annotare, sarcasticamente, che al termine del lungometraggio (un’impegnativa co-produzione tra Germania e Polonia), proprio tra le didascalie finali inerenti ai trascorsi biografici dei protagonisti, ve n’è una che lapidariamente sottolinea come L’idiota sia considerato uno dei più grandi romanzi della sua epoca. Peccato, però, che nulla durante la visione del film ci aiuti a capire il perché.
Ambientato da Małgorzata Szumowska e Michał Englert durante la lunga permanenza a Baden Baden, che porterà al completamento dell’opera, della coppia formata da Fëdor Dostoevskij (un Johnny Flynn costantemente sopra le righe) e Anna Grigor’evna Snitkina coniugata Dostoevskaja (Aimee Lou Wood), quella moglie destinata a diventare curatrice dei suoi lavori e scrupolosa memorialista, il picaresco racconto cinematografico non indugia praticamente mai sui percorsi creativi, sugli orizzonti ideologici e sulle fonti d’ispirazione del grande scrittore; ce ne illustra molto morbosamente, invece, le inclinazioni più deprecabili, dal rovinarsi al gioco all’indole platealmente infedele e ai modi burberi con la moglie, attingendo in ciò a quella tendenza al sensazionalismo e al “maledettismo” che tende a banalizzare e rovinare più di un biopic realizzato, per esempio, a Hollywood. Si segue pertanto la moda. Quella peggiore, per giunta. E anche nel portare sullo schermo la rivalità tra e un altro intellettuale russo di peso, Ivan Turgenev (impersonato dall’attore e cantante tedesco Christian Friedel, acchittato qui come un clone di Ruggero de i Timidi), s’avverte quasi la stanca emulazione del rapporto ben più emblematico tra Mozart e Salieri espresso magnificamente (e con interpreti decisamente più ispirati) da Miloš Forman in Amadeus.

Ciò che si fa apprezzare del roboante lungometraggio di Małgorzata Szumowska e Michał Englert è perciò principalmente la “confezione”. Dall’elegante fotografia ai costumi e alle scenografie, che riportano in vita lo stile di vita effimero e decadente della cittadina termale tedesca, Baden Baden, all’epoca degli eventi. Soprassediamo volentieri, al contrario, sulle invenzioni più surreali e su quel tocco “modernizzante”, presente già nella colonna sonora, che nel caso della Sofia Coppola di Marie Antoniette (2006) aveva prodotto esiti esteticamente più rilevanti, mentre qui si ristagna tra il superfluo e il pacchiano. Per non parlare, infine, dell’impronta (più o meno) velatamente anti-russa che in film di provenienza “occidentale” si avverte sempre più spesso: almeno il pappagallo parlante che sfotte i russi, in sintonia con un umorismo di grana grossa che attraversa tutta la pellicola, ce lo si poteva risparmiare.

Stefano Coccia

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