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Scherzetto

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VOTO: 7

I suoi fantasmi

Quella tra Domenico Starnone e la Settima Arte è senza ombra di dubbio una grande storia d’amore. Negli anni, dopo l’abbandono della cattedra e della carriera d’insegnante, lo scrittore napoletano ha collaborato e contribuito alla stesura di soggetti e sceneggiature di numerose opere dirette da importanti cineasti del panorama nostrano, consolidando così il forte legame con il cinema. Diversamente, quando ciò non è accaduto, sono stati i suoi romanzi a trovare la strada del grande schermo grazie alle trasposizioni di registi che hanno voluto tramutare in immagini, suoni e parole, le storie narrate nelle pagine da lui firmate. Le ultime in tal senso a diventare un film sono state quelle di “Scherzetto”, che dieci anni dopo la pubblicazione si sono tramutate nella materia prima narrativa e drammaturgica dell’omonima pellicola di Mario Martone, presentata fuori concorso all’83esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia e prossimamente nelle sale con 01 Distribution.
In Scherzetto, il romanzo prima e la trasposizione poi, ci conducono al seguito di Daniele Mallarico, un anziano illustratore di romanzi, da poco uscito da un ricovero ospedaliero a Milano, a cui viene chiesto dalla figlia di occuparsi per tre giorni di Mario, il nipotino di cinque mentre lei e il marito parteciperanno a un convegno. L’uomo si ritrova così a Napoli a vivere nell’abitazione in cui è cresciuto e in cui avverte ancora la presenza, non sempre benevola, dei familiari. Tra quattro mura e un balcone, si consuma un vero e proprio duello che mette Daniele di fronte ai suoi fantasmi.
Martone prende in prestito e fa sue le pagine del libro di Starnone, aiutata nel processo di riscrittura e adattamento della matrice letteraria da Ippolita di Majo, per cogliere l’occasione di riflettere sulla sua stessa professione di artista e al contempo sull’incomunicabilità tra genitori e figli e sulla solitudine. Riflessioni e tematiche, queste, che prendono forma e sostanza attraverso le disavventure quotidiane della figura di Toni Servillo che veste i panni del protagonista, il divertente confronto fisico e dialettico tra lui e il travolgente nipotino interpretato dal sorprendente Lorenzo Perrotta, oltre che dalla cornice popolata da fantasmi e ricordi che funge da sfondo e “campo di battaglia” per il duello generazionale.
Partiamo da quest’ultima, con la topografia e gli spazi dell’appartamento sito in un complesso in quel di Lavinaio, quartiere a ridosso della stazione centrale di Napoli, che sin dal piano sequenza aereo iniziale che la macchina da presa compie per raggiungerlo si intuisce essere il “ring” ristretto dove si consumerà la giocosa disputa. Salvo una sortita in esterno che vede nonno e nipote girovagare per le vie del capoluogo partenopeo in cerca di aria e ricordi del passato, Scherzetto presenta quella che è la sua vera identità, vale a dire di un cinema contenuto e intimo rispetto alle opere di più ampio respiro e formato come le appartenenti al filone storico di Martone. Anche la metropoli più volte mostrata dal regista in quasi la totalità della sua filmografia, qui, pur presente, si riduce ai frammenti colti durante la breve fuga in esterno di cui sopra e alle voci della strada che risalgono con la loro oscena vitalità per poi penetrare nell’appartamento. Tale dimensione e condizione logistica stabilisce il perimetro e lo spazio di azione di un’opera da camera, laddove sono i personaggi, viventi e non, le dinamiche che si vengono a creare, a dettare le regole del “gioco”.
Ciò fa di Scherzetto un kammerspiel a tutti gli effetti, un po’ come lo era stato a suo modo e tempo Il sindaco del rione Sanità, quando Martone aveva deciso di adattare l’omonima pièce di De Filippo, preservandone la sacralità dell’impianto teatrale. Nella sua ultima fatica dietro la macchina da presa, il regista ricorre ancora all’unità spaziale con l’ambiente domestico che si presta a palcoscenico nel e sul quale vanno in scena due personaggi agli estremi della vita, una situazione familiare spesso comica, e dei fantasmi che riportano la mente a quelli di Eduardo e a Magnifica presenza.

Francesco Del Grosso

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