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Kim Novak’s Vertigo

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VOTO: 9

La donna che visse più vite… e che ancora dipinge

Può essere un dilemma ozioso, tanto vale però riproporlo: diva o attrice? Sebbene quell’aura leggendaria e la celebrità portatale da pellicole come Picnic (1955) di Joshua Logan, La donna che visse due volte (Vertigo, 1958) di Alfred Hitchcock e Baciami, stupido (Kiss Me, Stupid, 1964) di Billy Wilder ci possano far propendere per una Kim Novak statuaria icona di Hollywood, tanto l’adesione così intima a certi personaggi portati sullo schermo che altri risvolti della sua personalità finiscono per rivelare in lei innanzitutto una grandissima attrice. O forse artista a tutto tondo, se si pone in evidenza quella passione per la pittura dibattuta a livello mediatico solo negli ultimi tempi.
Del resto, tornando al quesito iniziale, potrebbe essere equiparato alla classica “scoperta dell’acqua calda”, considerando che già nella Enciclopedia dello spettacolo edita da Garzanti nel 1977 si poteva leggere che Kim Novak «fu spesso male impiegata dai produttori, che preferivano puntare più sul suo fascino che sulla sua bravura interpretativa».

Per rendere finalmente giustizia non soltanto al suo carisma, ma anche alla sua bravura, ci voleva un “ritrattista” d’eccezione. E con tale compito affidato ad Alexandre O. Philippe, documentarista svizzero di nascita e statunitense di formazione, si poteva andare sul sicuro, viste anche quelle inclinazioni naturali oscillanti tra cultura pop e cinefilia allo stato puro, che lo hanno spinto a realizzare autentiche perle come The People vs. George Lucas (2010), Memory: The Origins of Alien (2017), 78/52 (2017), Nella mente dell’esorcista (2019) e Lynch/Oz (2022). Tutte scorribande in immaginari condivisi, perfettamente in grado di farvi scorrere una linfa vitale fatta di felici intuizioni, sottile umorismo, trasfigurazione mitica e spirito di ricerca.
In Kim Novak’s Vertigo (2025), film che ovviamente ha il capolavoro di Hitchcock quale imprescindibile orizzonte degli eventi, la biografia dell’attrice americana di origini ceche viene passata al setaccio non soltanto attraverso immagini di repertorio accuratamente selezionate, ma anche e soprattutto nelle vibranti testimonianze offerte dalla protagonista stessa, le cui appassionate conversazioni/interviste col regista vengono a costituire uno spazio di intimità dove condividere suggestioni, riflessioni, ricordi.

Del resto Kim Novak, classe 1933, alla faccia della veneranda età rivela ancora oggi un vitalismo invidiabile, solcato appena da folate di malinconia, tant’è che quando il 1º settembre 2025 le venne conferito il Leone d’oro alla carriera, nell’ambito dell’82esima edizione della Mostra internazionale D’Arte cinematografica di Venezia, la sua ricomparsa dopo anni di ritiro dalle scene portò anche in dono al pubblico veneziano, nei giorni immediatamente successivi, un’apprezzatissima masterclass. Come si accennava all’inizio, Kim Novak da anni si sta dedicando anche all’attività di pittrice. E i suoi quadri dalla spiccata impronta surrealista, metafisica, per lo sguardo raffinato e attento di Alexandre O. Philippe sono anche un modo di investigare su determinate forme, la spirale su tutte, che sembrano legare indissolubilmente l’animo dell’attrice (e artista figurativa) alla poetica hitchcockiana.
Aspetto, quest’ultimo, che il regista ha saputo poi scandagliare da molteplici angolazioni, raggiungendo vette notevoli persino a livello sensoriale (oltre che mitopoietico) quando l’oggetto dell’indagine diventano gli abiti indossati in Vertigo. E la stessa Kim Novak, a quel punto, non può fare a meno di condividere un’emozione forte, divenuta quasi palpabile, in primis col cineasta e poi con gli spettatori più sensibili al fascino demodé di tali reliquie.

Stefano Coccia

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