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Tangos – L’esilio di Gardel

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VOTO: 9

La Parigi degli esuli argentini

La sezione Clásicos de La Nueva Ola – Festival del Cinema Spagnolo e Latinoamericano andrebbe secondo noi elogiata sia per il fatto di ospitare, generalmente al Cinema Troisi, quei “midnight movies” che hanno di volta in volta la firma di un Álex de la Iglesia o di un Narciso Ibáñez Serrador, ma che rappresentano in ogni caso tutta la vitalità e l’esuberanza del cinema di genere iberico, sia per lo spazio concesso invece al Barberini ai più grandi Maestri del cinema spagnolo e sudamericano.

In tal senso emozionante è stato rivedere sul grande schermo Tangos – L’esilio di Gardel (Tangos. El exilio de Gardel, 1985), capolavoro di Fernando “Pino” Solanas in cui le tensioni politiche e sociali dell’epoca vanno ad adagiarsi, in perfetta osmosi, su scenari parigini scossi da una messa in scena magnetica, onirica, mai convenzionale. Il “classico” in questione è stato proiettato una prima volta al Cinema Barberini, per l’appunto, giovedì 7 maggio 2026, ma vi segnaliamo volentieri la replica programmata tre giorni dopo, nello stesso cinema, alle ore 11 di mattina; anche perché per l’appuntamento di domenica ci è stata in precedenza segnalata la possibile presenza in sala di un giornalista, legato anche sul piano personale al tema dell’esilio, cui verrà affidata nel caso l’introduzione del lungometraggio.

Una guida alla visione, del resto, può essere utile e oltremodo soddisfacente quando si ha di fronte una pellicola linguisticamente così fluida, ricca, nonché stratificata e “polisemica” in maniera assai accentuata, sebbene la sua fruizione possa risultare gratificante e magnificamente “immersiva” anche a un livello più profondo, emozionale, istintivo.
La sequenza iniziale difatti dice già tutto. Un immaginifico tango decontestualizza il contesto francese, almeno in parte lo astrae, originandosi da un ponte sulla Senna per fare a sua volta “da ponte” con altri scorci parigini; Notre-Dame è sempre lì sullo sfondo, quantunque all’interno dell’inquadratura le movenze dei ballerini, la presenza costante di altri esuli, certe stranianti coreografie e il grottesco costume da cane indossato contemporaneamente da due personaggi riescano a creare un’atmosfera onirica, irripetibile, pronta ad assorbire e valorizzare le vibrazioni dei magnifici brani di Astor Piazzolla o di altri grandi artisti.

Premiato allora alla Mostra del Cinema di Venezia, non dimentichiamocelo, con il Gran Premio della Giuria, Tangos – L’esilio di Gardel è di fatto un anomalo musical che mescola tra loro esperienze di vita private, recenti e tragici ricordi della dittatura in Argentina, difficoltà quotidiane – di ordine pratico e finanche esistenziale – degli esuli in territorio francese, avventurosi tentativi di convogliare tutto questo ribollire di pensieri e sensazioni in una forma espressiva che unisca teatro, musica e danza: la “tanguedia” provata e riprovata più volte dai protagonisti, prima di essere messa in scena.
Vi si fondono inesorabilmente commedia e tragedia, il malessere dei sopravvissuti (espresso talora con delicata ironia) e il dramma dei “desaparecidos”. Rincorrere tutti i riferimenti all’attualità del periodo e, soprattutto, la marea di citazioni sia colte che popolari, richiederebbe un saggio e non sì stringata recensione. Ci piace semmai accennare di sguincio a una delle scene finali, in cui la surreale apparizione dell’alter ego del generale, patriota e rivoluzionario argentino José de San Martín (1778 – 1850), al fianco dell’altrettanto ectoplasmatico Carlos Gardel (1890 – 1935) il cui brano Volver risuona emblematicamente nell’aria, pone l’ideale sigillo etico ed estetico su un’opera che si appella alla mente e al cuore dello spettatore con pressoché pari intensità.

Stefano Coccia

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