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Ocarina

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VOTO: 6,5

Vite al bivio

Da oltre un decennio non pochi film hanno affrontato, da diverse angolazioni, le conseguenze politiche e sociali del conflitto che ebbe luogo in Kosovo. Tra le conseguenze che spiccano maggiormente vi è senz’altro l’emigrazione. In Ocarina (Okarina, 2023), lungometraggio d’esordio del kosovaro Alban Zogjani, i riflettori sono puntati proprio sulle difficili scelte che un piccolo nucleo famigliare, costretto a suo tempo a emigrare dal Kosovo al Regno Unito per i contraccolpi di quel crudo conflitto etnico, all’improvviso è chiamato a compiere.

Per la famiglia protagonista di Ocarina, co-produzione tra Albania, Kosovo e Germania in concorso a Bergamo Film Meeting 2024, il “casus belli” è rappresentato dal mancato rinnovo del permesso di soggiorno, comunicato per lettera dalle autorità inglesi a una coppia di mezza età, Shaqa (Jeson Gorani) e Selvia (Shengyl Ismajli). Con un effetto domino destinato a sconvolgere anche le vite delle due figlie, che pure a livello lavorativo vanno abilmente inserendosi nella nuova realtà. Per quanto gli stessi genitori, sul piano professionale, non siano rimasti in quegli anni con le mani in mano: l’ancora fascinosa Selvia fa la collaboratrice domestica nella ricca villa di un italiano benestante, Giovanni, mentre Shaqa si dedica a piccole e assai apprezzate attività artigianali, tra cui la produzione di strumenti come quell’ocarina simbolicamente “migrata” nel titolo del film stesso.
Proprio dal facoltoso Giovanni (interessato ad aiutare Selvia un po’ per riconoscenza verso la sua dedizione nel lavoro, un po’ per ragioni più personali che si riveleranno pian piano) arriva una possibile soluzione, la quale prevede che almeno all’apparenza la coppia si sciolga, accettando matrimoni d’interesse che durino il tempo di regolarizzare la loro posizione in Inghilterra. Pratica, questa, piuttosto comune, almeno nei paesi che hanno determinate regole sull’immigrazione, spesso aggirate così. Ma tutto ciò avrà conseguenze di ordine morale ed emotivo non trascurabili, sull’equilibrio della famiglia kosovara. Figlie comprese…

Alban Zogjani all’esordio nel lungo riesce a trattare un tema delicato con dignità e apprezzabile acume psicologico. Ben coadiuvato in questo dal cast, a partire dal così intenso Jeson Gorani, personaggio maschile di spessore ma destinato a incrinarsi e a soffrire quasi da solo il peso di quei dilemmi etici di difficile soluzione. Particolarmente efficaci risultano comunque le atmosfere, la resa dei singoli ambienti, anche in virtù di una fotografia che (complice un uso mirato della color correction) sa sempre trovare le tonalità giuste, da abbinare ai cangianti stati d’animo dei protagonisti.
Meno centrato, a volte, lo script, che poteva definire un po’ meglio sia il background dei personaggi che le loro reazioni a certi mutamenti improvvisi. Avremmo gradito magari che si dedicasse più tempo ad approfondire la situazione delle figlie o quella di altre figure di contorno, a tratti non meno interessanti o emblematiche: su tutte il carismatico (e un po’ filosofo) non vedente che si reca ogni tanto dal padre, per acquistare i suoi splendidi oggetti di fattura artigianale. Fortunatamente Alban Zogjani, anche quando la sceneggiatura mostra qualche lacuna, riesce sempre a riequilibrare il film con quelle accortezze registiche di cui la panoramica circolare, impostata elegantemente di notte nel locale dove una delle figlie sta esibendosi con la band ma votata a ideale compendio dei punti di svolta di ciascun personaggio, resta l’esempio più calzante e riuscito.

Stefano Coccia

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