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2000 metri ad Andriivka

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VOTO: 9

Attraverso la foresta maledetta

Il war movie si sa essere uno dei generi più coinvolgenti e al contempo duri da digerire per il pubblico, conseguenza diretta di una messinscena e di una confezione capaci di restituire il carico di emozioni, di dolore, di morte e di distruzione, che ogni singolo conflitto provoca, porta e lascia dietro di sé. Gran parte delle opere appartenenti al suddetto filone sono tra l’altro tratte o ispirate a storie vere più o meno recenti. Il fatto che al di qua dello schermo, nella vita reale, su più fronti si sono combattute e tuttora si combattono guerre alle diverse latitudini, aumenta in maniera esponenziale il coefficiente empatico nei confronti di ciò che il film di turno e racconta. Coefficiente, questo, che sale ulteriormente se il conflitto del quale si parla è ancora in atto, ossia quello in terra ucraina, e l’opera in questione è un documentario che vuole il “filtro” della fiction venire meno per lasciare spazio all’inferno della guerra in presa diretta. È quanto accade con 2000 metri ad Andriivka (2000 Meters to Andriivka), il nuovo potentissimo e straziante affresco bellico del corrispondente di guerra della Associated Press già premio Pulitzer e Oscar per 20 Days in Mariupol, Mstyslav Černov,, che arriva nelle sale italiane come evento speciale il 19, 20 e 21 gennaio 2026, distribuito da Wanted Cinema.
A quattro anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la pellicola mostra la nuda realtà quotidiana di un conflitto tanto cruento quanto difficile da fermare. Lo fa con la stessa potenza, incisività e crudezza del film precedente, in cui il regista e reporter di Charkiv aveva documentato le atrocità della guerra mediante il lavoro di un gruppo di giornalisti ucraini intrappolato nella città assediata di Mariupol all’inizio dell’invasione. Con questa nuova fatica, Černov torna a narrare un’altra drammatica e sanguinaria porzione del conflitto. Al centro del documentario c’è un plotone ucraino, quello della terza brigata d’assalto, incaricato di percorrere una foresta disseminata di esplosivi e di liberare Andriivka, un villaggio del distretto di Bakhmut, Oblast’ di Donetsk situato nella parte orientale del Paese in una posizione strategica e ormai ridotto in macerie. Il racconto segue la marcia dei soldati lungo i 2000 metri che portano al villaggio, una distanza sulla carta breve da percorrere ma che sotto il fuoco incrociato di mortai e droni suicida del contingente russo si trasformano in un’odissea piena zeppa di trincee e cadaveri.
2000 metri ad Andriivka è sia uno sguardo giornalistico rigoroso sull’entità della distruzione e sulla resistenza fisica ed emotiva dei combattenti, sulle decisioni impossibili che affrontano ogni giorno, ma anche una riflessione universale sulla guerra moderna. Queste due anime coesistono e si completano a vicenda, dando forma e sostanza a un diario di guerra che scaraventa lo spettatore nel mezzo della frontline attraverso una cronaca che è al contempo sensoriale e viscerale, con la fruizione che sin dall’incipit non accetta compromessi mostrando tutto l’orrore e le brutali realtà del campo di battaglia, ma senza spettacolarizzarlo e/o strumentalizzarlo. Il risultato è un’esperienza audiovisiva immersiva, resa possibile da un montaggio serrato che unisce riprese d’autore e materiali girati in P.O.V. con bodycam, helmet cam e droni che producono un efficacissimo effetto di prossimità. Non è la prima volta che si utilizza tale cifra stilistica, ma il livello di immersione sensoriale raggiunta stavolta è di una potenza inaudita, tanto che in moltissimi momenti sembra persino di sentire la puzza dei cadaveri, di toccare con mano il mix di fango e sangue delle trincee, oltre e sentire il sibilo dei proiettili e il respiro affannato dei soldati a un palmo di naso da noi.
Il tutto avviene mediante una riuscitissima e funzionale scomposizione e sovrapposizione dei dispositivi ottici, che consentono ai diversi approcci tecnici, modalità di ripresa e hardware di diventare una cosa sola: da una parte le riprese girate con le bodycam portano direttamente dentro l’azione, dall’altra le immagini aeree realizzate con il drone offrono una visione dall’alto più chiara e infine delle brevi ma intense conversazioni che Chernov riesce ad avere nei rari momenti di quiete, avvicinandoci con delicatezza ad alcuni dei protagonisti. Quest’ultime sono sospensioni nelle quali il regista instaura un fortissimo seppur fugace legame empatico con alcuni dei giovani soldati così da rendere l’esperienza ancora più intensa e straziante, consentendo anche al fruitore di riprendere fiato nel corso di un’immersione in assetto variabile nell’inferno della guerra.

Francesco Del Grosso

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