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La Bataille de Gaulle: L’Âge de fer

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VOTO: 7

Charles de Gaulle generale d’acciaio

A distanza di pochi anni dal primo lavoro cinematografico di ampio respiro dedicato a tale personaggio storico, De Gaulle (2020) di Gabriel Le Bomin con Lambert Wilson protagonista, il carismatico Generale e leader politico d’Oltralpe torna sul grande schermo col primo capitolo di un dittico ancora più ambizioso.
Inserito in Grand Public, il fluviale La Bataille de Gaulle: L’Âge de fer di Antonin Baudry è riuscito infatti ad appassionare il pubblico della Festa del Cinema di Roma 2026 dopo quello di Cannes, trovatosi a fare i conti con un kolossal che può eccedere a tratti in enfasi e risvolti romanzeschi, risultando però avvincente dall’inizio alla fine.

A proposito di momenti sfacciatamente enfatici, un Charles de Gaulle promosso Generale di brigata nel 1940, proprio all’inizio dell’invasione nazi-fascista della Francia, viene introdotto in scena con toni decisamente epici e un piglio oltremodo battagliero: lo vediamo fronteggiare in piedi, fermo, impavido, un panzer il cui cannone sta prendendo di mira lui e l’autoblindo da cui è appena sceso, così da distrarre i carristi tedeschi in attesa che i sopraggiunti carri armati francesi (tra l’altro, da ufficiale in carriera De Gaulle si era realmente segnalato, tra le due guerre, quale fautore di una maggiore attenzione all’utilizzo delle forze corazzate) facciano saltare il mezzo nemico, prendendolo di sorpresa; quasi a citare un’analoga scena del memorabile Patton, generale d’acciaio di Franklin J. Schaffner, quella in cui il militare americano (impersonato da un granitico George C. Scott) restava immobile, con aria di sfida, di fronte alla raffica di un caccia tedesco.
Chiariti nell’intro gli intenti spettacolari dell’opera, circoscritti magari a qualche scena d’azione e di combattimento, ma lì estremamente efficaci, col vergognoso armistizio firmato dal Maresciallo Pétain (Alain Libolt) il nostro Charles de Gaulle (interpretato con notevole grinta da Simon Abkarian, attore francese di chiare origini armene) si trova catapultato, nel suo provvisorio esilio londinese, in un compito assai difficile ossia raccogliere attorno alla sua figura quelle forze della “Francia Libera” ancora determinate a combattere. Ma non di punto in bianco, poiché accreditarsi da homo novus della politica francese presso l’alleato britannico, inizialmente sospettoso, sarà impegnativo almeno quanto convincere i propri connazionali a non arrendersi alla sfiducia o ancor peggio alle proposte dei collaborazionisti di Vichy…

Ecco, tra un discorso alla radio, una sortita in Africa e un incontro coi guardinghi militari e politicanti inglesi, questa fase del racconto non può non ricordare, da parte britannica, il più solenne L’ora più buia (Darkest Hour) di Joe Wright, laddove però i turbamenti di Winston Churchill (un incredibile Gary Oldman) comunicavano una tensione diversa, all’interno di una cornice decisamente più fosca e opprimente. La tensione non latita neanche nello spigliato La Bataille de Gaulle: L’Âge de fer, ma Antonin Baudry (coadiuvato dalla sceneggiatrice Bérénice Vila) ha buon gioco qui nell’alternare pathos e situazioni brillanti, persino farsesche, cui un montaggio ritmato e dialoghi taglienti assicurano tutto il brio necessario.
Il susseguirsi degli eventi è peraltro incalzante. Sono davvero tanti e diversificati tra loro, gli scenari portati sullo schermo senza alcuna sciatteria: i primi vagiti della Resistenza in Francia, il cinismo delle decisioni prese alla corte di Pétain, gli incontri londinesi di De Gaulle, le telefonate arroganti di Roosvelt (per quanto la “grandeur” francese espressa nel film risulti a tratti eccessiva, lo spirito di indipendenza rispetto all’approccio imperialistico degli americani viene rimarcato con decisione, figurando oggi come oggi quanto mai attuale), le “esotiche” ma fondamentali imprese dei nostri in terra africana (quasi a riecheggiare certe avventure a fumetti di Tintin) e l’emergere di personaggi storici non così noti al grande pubblico e in grado quindi di suscitare qualche genuina curiosità, come ad esempio in campo “collaborazionista” il controverso Ammiraglio Darlan (incarnato con piglio severo addirittura da Mathieu Kassovitz) freddato infine ad Algeri da un giovane martire della Resistenza.
“Last but not least”, alcune sequenze belliche sono girate davvero bene, su tutte spiccano quelle inerenti all’evacuazione alleata di Tobruk, col ruolo cruciale della prima brigata della Francia Libera nella battaglia di Bir Hakeim posto giustamente in risalto, presso quell’inferno di sabbia ove le dinamiche dello scontro con le preponderanti forze dell’Asse può vantare picchi di drammaticità e di adrenalina davvero notevoli. Più avanti vedremo se il secondo capitolo di tale dittico sarà altrettanto emozionante e sanguigno. Lo aspettiamo comunque con fiducia.

Stefano Coccia

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