Home AltroCinema Documentari I fili dell’anima

I fili dell’anima

104
0
VOTO: 7,5

Per non perdere il filo

“Doppietta” alla Festa del Cinema di Roma 2026 per Francesco Fei, il regista che aveva debuttato magnificamente nel cinema di finzione con Onde, che aveva saputo disimpegnarsi con notevole estro anche nei videoclip e che, da un po’ di tempo, pare dare il meglio di sé in documentari che hanno spesso quale soggetto fenomeni artistici di varia natura e di epoche diverse. Difatti, sono proprio due documentari quelli inseriti tra gli Special Screenings del festival, entrambi realizzati assieme alla partner Consuelo Moschella, entrambi proiettati in anteprima al MAXXI e successivamente, in replica, al Giulio Cesare. Parliamo di Non importa dove e I fili dell’anima.
Ma c’è un altro filo conduttore che lega i due film: Morgan, sublime musicista che di Non importa dove è indiscusso protagonista, mentre ne I fili dell’anima (peccato averlo intercettato solo in seconda battuta al Cinema Giulio Cesare, dove non era previsto incontro col pubblico) ha contribuito alla colonna sonora con composizioni musicali ispirate, raffinate e sognanti.

Il titolo di questo secondo documentario allude, tramite i fili, a una tradizione plurisecolare, quella delle marionette. Nella fattispecie è la Carlo Colla & Figli, una delle compagnie più antiche del mondo, a salire in primo piano, attraverso un viaggio in quella dimensione così artigianale, manuale, orchestrato qui tra passato e presente, che appassiona, diverte, commuove. “Set” principale del film è il borgo di Corenno Plinio, sulle sponde del Lago di Como, dove l’avventura iniziata un pio di secoli fa prosegue oggi grazie alle mani esperte dei successori; tra i quali si distingue quel Franco Citterio, maestro intagliatore e marionettista, che come un novello Geppetto vediamo cercare i ceppi di legno giusti in riva al lago, più o meno all’inizio del doc, assieme a quei collaboratori che lo aiuteranno poi a trasformarli in nuovi personaggi da portare a teatro.
E così gli stessi ambienti brianzoli grottescamente e a tratti visionariamente deformati in Brianza, altro film rivelazione del festival capitolino, s’incontrano qui con una cornice senz’altro operosa ma al contempo serena, armonica, animata da deliziosi impulsi creativi.

Abili come in altre occasioni sono Francesco Fei e Consuelo Moschella a conferire profondità storica al così accurato prodotto, affidandosi anche a didascalie e disegni pur di rievocare con grazia gli avventurosi esordi, oltre due secoli fa, della laboriosa famiglia di marionettisti (e qui il festival romano sembra quasi proporre un altro possibile, suggestivo parallelo con la famiglia Panini di Modena, protagonista dell’omonima serie televisiva presentata all’Auditorium. Quasi a riesumare nostalgicamente un’Italia che non c’è più, capace di creare floride tradizioni, in contrapposizione allo spesso sterile squallore della contemporaneità). Ma è nell’esplorazione degli spazi teatrali che la regia dello stesso Fei raggiunge un livello più alto, più nobile, allorché le riprese degli spettacoli di marionette e della loro preparazione creano come una danza, potente visivamente, in cui l’occhio dello spettatore oscilla di continuo, sposando a tratti il punto di vista del pubblico che in platea segue incantato le storie, a tratti quello del “dietro le quinte”, ossia di quelle mani che muovendo con perizia le marionette costruiscono tali racconti.
Anche il contesto geografico del film si evolve, accompagnando l’esecuzione di un Don Chisciotte, de I promessi sposi o de La tempesta di Shakespeare in situazioni diverse: da “quel ramo del lago di Como” ci si sposta “manzonianamente” ai palcoscenici milanesi e, come per sottolineare l’apprezzamento del loro lavoro a livello internazionale, all’importante festival di Almeda in Portogallo. A rendere ancora più immersiva l’esperienza spettatoriale subentra infine la musica, sia quella “diegetica” presente nei filmati delle rappresentazioni, sia quella composta ed eseguita da Morgan appositamente per il film. Così da rendere davvero difficile, anche per il pubblico più prosaico ed apatico, “perdere il filo”.

Stefano Coccia

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

diciannove − 9 =