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The Life and Deaths of Wilson Sheed

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VOTO: 9

L’affresco di un’America minore

Vincitore del Gran Premio della Giuria alla Festa del Cinema di Roma 2026, The Life and Deaths of Wilson Shedd di Tim Blake Nelson è un thriller noir dalla costruzione perfetta, non lineare, con una trama che si rivela a poco a poco con continui salti temporali, laddove il presente trova le sue radici nel recente passato ed il passato si ricongiunge con il presente rendendone inevitabili le conseguenze.

Karen (Amanda Seyfried), giovane donna vittima di abusi da parte del marito, Kenneth, alcolizzato, disoccupato e violento, per allontanarsi da casa il maggior tempo possibile decide di insegnare scrittura creativa (o narrativa, come preferisce chiamarla) in un carcere di massima sicurezza. Siamo in Oklahoma, in un’America lontana anni luce dagli sfarzi di New York e delle metropoli scintillanti, un’America minore e marginale, dove la speranza di redenzione appare come una lontana utopia; e la speranza è sicuramente assente in carcere e nella classe di studio di Karen. Wilson Sheed (Scoot McNairy) è il suo studente più promettente, intelligente, curioso e scrittore efficace; soprattutto, sa come raccontare la sua vita segnata dalla violenza, intenerendo e conquistando un po’ alla volta la sua insegnante. Viene da chiedersi come sia possibile che una donna vittima di abusi familiari si lasci irretire e manipolare da un detenuto, colpevole di omicidio; ma è uno schema che si ripete, sotto forma diversa, psicologicamente tutt’affatto che impossibile da verificarsi, che la sceneggiatura giustifica sottilmente trovando anche qui le origini nel passato di Karen bambina. Il passato che determina chi siamo e cosa siamo destinati a divenire; sebbene sia sempre possibile fare una scelta diversa, nell’America disperata descritta da Blake Nelson, questo non accade. Accanto alla storyline di Karen e Wilson scorre la vita in Oklahoma, con stralci di tavola calda, musical di scuola e famiglie in viaggio; ma questo senso di speranza perduta, di ineluttabilità, pervade tutto il film.

La costruzione a incastri temporali di Blake Nelson svela ogni intreccio un tanto alla volta, con più di una sorpresa; il regista, già attore per Malick, i fratelli Coen, Spielberg e molti altri, sembra riprendere qui proprio il gusto noir dei Coen, cui affianca uno stile visivo fortemente contemplativo e naturalistico tipico di Malick, in cui i paesaggi, la luce, sono essi stessi parte attiva dell’opera. La stessa colonna sonora del film, composta da Henry Nelson e Will Curry, evoca l’atmosfera rurale ed intima dell’entroterra americano, con arpeggi e accordi di chitarra acustica; finanche nei momenti più tesi del thriller carcerario, la musica adotta un approccio misurato, per dare centralità al dramma morale ed emotivo dei protagonisti. La fotografia di Benoit Soler ed il montaggio di Luke Ciarrocchi sono altrettanto essenziali per dare respiro e ritmo ad un film che intreccia tante ispirazioni diverse, inclusa quella di autori noir come il britannico James Hadley Chase e l’americano James Ellroy ed una riflessione finale sulla giustizia e la sua applicazione punitiva.

Intensi, magnetici e assolutamente credibili i due protagonisti, Amanda Seyfried e Scoot McNairy, cui si affiancano comprimari altrettanto bravi come Missi Pyle, Devyn Tyler, Elizabeth Marvel, Grant Harvey e lo stesso Tim Blake Nelson, che oltre ad essere regista e sceneggiatore si ritaglia finanche un cameo importante nella sua opera. Sebbene i loro personaggi non siano particolarmente approfonditi, nella dinamica della storia vengono ben centrati e risultano chiaramente determinanti; The Life and Deaths of Wilson Sheed è un intarsio ben congegnato, un affresco naturale, una tela in cui ogni filo ha il proprio posto ed è fondamentale per il racconto, avvincente ed ipnotico, ideato, scritto e diretto da Blake Nelson.

Michela Aloisi

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