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You Don’t Belong Here

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VOTO: 8

La tragedia di dipendere dall’approvazione altrui

Non fosse per l’assenza di una traccia jazz, la sequenza di scorci urbani con cui si apre You Don’t Belong Here (Nu e locul tau aici) richiamerebbe istantaneamente l’introduzione di Midnight in Paris. Il paragone è giustificato dalla meticolosità con cui ci viene presentata l’apparentemente tranquilla città di Reșița, in Romania, luogo natale del regista Florin Şerban, ma anche teatro per i successivi 157 minuti di una sorprendente decostruzione sociale che gravita attorno a un complesso rapporto padre-figlio. Ancora non si è dissipata la musica classica dei titoli di testa quando un gruppo di ragazzi in bicicletta, attrezzati per una massiccia spedizione vandalica, fa irruzione nell’inquadratura e inizia a bucare gli pneumatici delle macchine in una strada residenziale. La situazione precipita quando un uomo esce in strada per farli smettere, intenzionato a portare il confronto sul piano fisico, ma soccombe poco dopo sotto i colpi delle loro mazze da baseball. Finalmente la musica lascia spazio alla quiete dell’alba, e scopriamo il motivo di questo attacco: purissima xenofobia. Un cartello lasciato su un parabrezza recita infatti il titolo del film, la cui traduzione italiana è “Questo non è il vostro posto”, ed è un attimo ricollegarlo agli schiamazzi indirizzati all’uomo uditi la sera prima: “Zingaro”. Per quanto non si possa definire un MacGuffin, l’interesse del regista per il violento braccio dell’estremismo si rivelerà relativo, uno dei tanti temi collaterali che vengono introdotti con meccanismi pazienti nella narrazione, ma che non verranno approfonditi abbastanza da definirla.
Tra i vigilanti in bicicletta c’è il figlio di Marius, un ragazzo apparentemente tranquillo di nome Ioan che quel giorno torna a casa zoppicante. Marius è il primario di un ospedale, un professionista rispettato e sicuro di sé, ignaro delle bravate notturne del figlio che è costretto a crescere da solo dopo la morte prematura della moglie: quando viene a sapere che la polizia lo sospetta di omicidio, gli crolla il mondo addosso. Marius è un bravo dottore, ma quando visita la gamba del figlio non arriva nemmeno a sospettare che quel gigantesco ematoma possa non derivare da una semplice caduta dal sellino. Tutto quello che secondo lui non va in Ioan è da ricondurre alla sua mancanza di ambizione nella vita, e per questo motivo si sente in dovere di applicare la sua personale filosofia: per Marius, è naturale che le persone importanti si pongano in modo duro con il prossimo, di modo che i destinatari delle pressioni siano stimolati a fare meglio. Non resta che chiedersi se l’uomo sia davvero in grado di giudicarsi come è realmente, o se sia prono a fraintendere l’autorevolezza con qualcosa di ben più universale. In questo, You Don’t Belong Here entra in diretta conversazione con Fjord, la recente Palma d’Oro del connazionale Mungiu, che fa di questa nozione applicata alla genitorialità la sua tesi. Ma Florin Şerban è determinato a sviscerare la questione sul piano dell’incomunicabilità, non confondendo la dimensione intima e pubblica, interponendo tra padre e figlio una spaccatura insanabile fatta di silenzi e risentimenti. Nel comunicare il suo sconforto per una società in mano a piccoli uomini investiti di grandi cariche amministrative, massimi esperti di mondi complessi ma incapaci di aiutare il prossimo, il film corre il rischio di risultare eccessivamente didascalico, ma nell’ottica di un crescendo così meticolosamente orchestrato non si percepisce come un problema.
È un cinema che ricorda Nuri Bilge Ceylan, quello di Florin Şerban, in grado di sostenere un’inquadratura per prolungati periodi di tempo fino al naturale esaurimento di ogni potenziale drammaturgico. Le composizioni acquisiscono fascino gradualmente, traguardo impensabile per un film dai ritmi serrati, invogliando ad avvicinarsi allo schermo o ad aguzzare la vista per cogliere tutti gli indizi offerti dalle scene. È quindi il montaggio, o meglio l’assenza tangibile di questa pratica, a determinare il successo di un film che impiega due ore abbondanti a preparare il terreno per i suoi due climax sorprendenti. Il parallelismo con il maestro turco del cinema contemplativo risulta particolarmente calzante quando si scopre che Şerban, oltre che dirigere, veste anche i panni di produttore, sceneggiatore e montatore, dimostrandosi capace di elevare con le sue sole forze un prodotto cinematografico dal budget risicato allo status di opera imponente, con il potenziale di scalfire emotivamente. A mezz’ora dal finale, il film deve ancora svelare le sue carte migliori, tra cui un monologo struggente in cui sentiamo le cose che Marius vorrebbe dire a Dana, la donna in cui si rifugia ma che non ama, e che restano invece inespresse nella sua testa. Dopo oltre due ore di osservazione ostinata, You Don’t Belong Here concede così una rara apertura verso l’interiorità del suo protagonista, raggiungendo una catarsi per accumulo. Da qui, il film innesta definitivamente un’idea che ricompone le sue traiettorie attorno a un’unico concetto: in fondo, le scelte che plasmano la nostra esistenza sono influenzate dalla consapevolezza che le nostre azioni determinano come veniamo percepiti dagli altri. È un sentimento universale e latente, capace di alimentare un circolo vizioso destinato a ripercuotersi sulle generazioni future e, a cascata, su ogni classe sociale. Ioan, intuendo di non essere abbastanza per il padre, ha stretto amicizie che gli permettessero di sentirsi parte di qualcosa di importante, ed è per lo stesso motivo che Marius è deluso dal figlio, conscio che gli altri potrebbero giudicarlo un genitore scadente. Persino l’estremismo che apre il film può essere letto alla luce della stessa necessità: appartenere a qualcosa, essere riconosciuti da qualcuno, sentirsi dalla parte giusta di una comunità. Liberiamoci da questo peso e ripartiamo quindi dalle basi. Dal sangue del nostro sangue. Dal cercare di salvarsi a tutti i costi in onore delle persone che abbiamo amato e che non ci sono più, ma che siamo certi avrebbero voluto così. Nel contesto del concorso internazionale del Locarno Film Festival 2026, senza dubbio uno dei film più solidi.

Alessio Vinciguerra

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