Il peso sul cuore della violenza subita
In concorso per la sezione del cinema spagnolo della 19esima edizione de La Nueva Ola – Festival del Cinema Spagnolo e Latinoamericano, La furia di Gemma Blasco è un’opera potente che esplora le conseguenze profonde di una violenza subita sul corpo e nell’anima della giovane Alex (Ángela Cervantes); e lo fa senza retorica o stereotipi, ma con l’intensità di una donna lacerata ma non vinta, che incanala la sua rabbia sublimandola nell’interpretazione teatrale del personaggio di Medea.
La furia nasce da una esperienza personale della regista, che la Blasco narra in modo originale ed unico, ponendo l’accento non sul superamento del trauma subito (che non viene mai superato veramente) ma su quanto quel trauma sia devastante per chi lo subisce; non un occhio esterno sulla protagonista ed il suo percorso di rinascita ma piuttosto una discesa nel profondo della sua anima violata, ferita, sanguinante. Anche la stessa violenza, viene abilmente descritta cinematograficamente con il buio: non vediamo il violentatore abusare della giovane Alex durante la festa di Capodanno, ma sentiamo lei, persa nel buio di una stanza, inerme vittima di un predatore senza volto, ed il suo dolore arriva lancinante dritto nella pelle di chi guarda.
Da questa premessa si sviluppa il film, in cui vediamo Alex usare il suo lavoro di attrice, ed il teatro nello specifico, come valvola di sfogo, per incanalare un dolore che non si lenisce e non si supera, ed una rabbia che arde perennemente dentro di lei. La scelta di non denunciare, di non raccontare a nessuno (se non, in un momento successivo, al fratello) ciò che ha subito la chiude in una prigione senza via d’uscita, isolandola, incapace di tornare alla normalità della vita precedente. C’è da dire che anche la confidenza fatta infine al fratello Adrián (Àlex Monner) mostra uno stigma ricorrente nei confronti della donna che subisce una aggressione sessuale: incapace di sostenerla, la pressa con domande ed insinuazioni, quasi suggerendo il tipico biasimo “è stata colpa tua”. E la frattura che questo crea tra i due fratelli lascia Alex ancora più sola a combattere con i suoi fantasmi interiori, con la violenza di un trauma che ha segnato il suo corpo e la sua anima in modo indelebile.
La narrazione scelta dalla Blasco, al suo esordio alla regia, è colma di silenzi e momenti sospesi, che danno un peso specifico alle emozioni della protagonista, interpretata visceralmente da un’intensa Ángela Cervantes, capace di restituire a perfezione la lacerazione del suo essere, nel corpo e nell’anima. Il racconto ha il pregio finanche di descrivere chiaramente le ferite fisiche di chi subisce violenza sessuale: non solo lividi e graffi ma le lesioni interne della vagina, i rischi di trasmissione di malattie veneree, la paura di essere rimasta incinta. Il trauma dello stupro per una donna ha ripercussioni potenti su piani diversi, e La furia riesce a portarne alla luce la complessità su ogni livello, grazie ad una regia potente che privilegia l’immagine ed il suo contrario, il buio, alle parole ed ai discorsi, mostrando fisicamente la rabbia che brucia (evidente nella catarsi finale) piuttosto che ricorrere ad una pallida retorica.
Michela Aloisi









