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Forte

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VOTO: 8

La colonna (sonora) infame

Del cinema di genere coreano amiamo in particolare la tendenza, che si tratti di ambienti rurali o di realtà metropolitane è quasi secondario, a collocare relazioni malate tra i personaggi, persistenti ossessioni e suggestioni orrorifiche in ambienti ben definiti, la cui componente spaziale viene poi esplorata dalla macchina da presa con un fare geometrico, crudele, implacabile, ineccepibile peraltro sia sul piano formale che per quelle sottili implicazioni inerenti alla struttura sociale gerarchica, che caratterizza tale nazione asiatica ed è posta a monte di tali produzioni cinematografiche. Riteniamo quindi sia tale l’approccio avuto da Kimbo Kim, cineasta formatasi tra Praga e la natia Corea del Sud con ulteriori sviluppi in America, per questo lungometraggio d’esordio girato comunque dopo esperienze importanti, sia in merito alla realizzazione di corti che più in generale a livello produttivo (affrontato per inciso tra Corea e Stati Uniti con la 37th Degree, di cui è fondatore).

In Forte è la stessa cultura musicale a farla da padrone. Quattro Movimenti e un Finale, istantanea parafrasi di un linguaggio appartenente alla musica colta, sono i capitoli in cui si suddivide un glaciale lungometraggio foriero di atmosfere morbose, inquiete, in cui il sonoro stesso – che siano i rumori della foresta o una sonata al pianoforte – accompagna efficacemente il progressivo degrado psicofisico dei protagonisti. Nel lungometraggio di Kimbo Kim, in concorso all’ottava edizione del Monsters Fantastic Film Festival di Taranto, assistiamo in modo alquanto solenne, ieratico, all’arrivo della giovane compositrice Yeonji presso il prestigioso e isolato Forte Studio, situato in posizione isolata tra i boschi, dove il team guidato da una famosa compositrice sta completando la colonna sonora di un film le cui riprese non si sono ancora concluse. Come a dire, metacinema e situazioni da incubo in vista, per quelle menti creative cui il mantra del lavorare in squadra compensa solo in minima parte una competizione interna, che li condurrà gradualmente alla rovina. Accadimenti sinistri e morti misteriose cominciano infatti a verificarsi nella conturbante location in mezzo alla foresta, laddove l’algida costruzione che li ospita pare il catalizzatore di ancestrali maledizioni. Ma la condizione sempre più delirante in cui versano tanto Yeonji che gli altri musicisti e membri della troupe, ben resa sullo schermo attraverso modalità che possono ricordare a tratti La casa di Sam Raimi, il cui senso di isolamento umano e accerchiamento da parte del maligno sembrerebbe quantomeno suggerito da certune riprese nella boscaglia, allude poi anche ad altro. Più in particolare all’ingenuità di chi, come Yeonji, si accosta all’arte con passione sincera, per essere poi fagocitato da dinamiche di potere e cinico sfruttamento del proprio lavoro, che il clima malsano all’interno del Forte Studio rende tangibili prima ancora che l’orrore vero e proprio si manifesti.

Stefano Coccia

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