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Escape

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VOTO: 7,5

Fuga per la libertà

La direzione artistica del Florence Korea Film Fest ha voluto aprire la 23esima edizione con una pellicola che si focalizza su uno dei temi centrali e più sentiti dalla cinematografia locale, vale a dire il delicatissimo rapporto fra le due Coree. La scelta è caduta su Escape, con la quale Lee Jong-pil è tornato alla regia a quattro anni di distanza dal successo di Samjin Company English Class, presentata anch’essa alla kermesse toscana, che della tematica in questione ha fatto il punto di partenza dello script firmato a quattro mani da Kim Woo-geun, Kwon Sung-hui.
Un gradito ritorno, dunque, per il regista di Seul in quel di Firenze con un action-thriller che racconta la straordinaria fuga di un soldato nordcoreano che sogna una vita migliore nell’altra Corea. Al suo seguito ci troviamo ll limitare della zona demilitarizzata, dove il Sud è la terra della libertà e il lato opposto è quello della repressione. Qui il sergente Kyu-nam, che da tempo progettava la fuga al Sud, viene catturato mentre impedisce a un soldato comune, Dong-hyuk, di fuggire. Kyu-nam rischia l’esecuzione ma il maggiore Hyun-sang del Dipartimento di sicurezza di Stato, che conosce fin dall’infanzia, invece di accusarlo decide di farne un eroe che ha catturato un disertore.
A una prima lettura, il film e le sue dinamiche si muovono verso la più classica delle fughe senza sosta in piena caccia all’uomo come il titolo suggerirebbe, un po’ come era stato a suo tempo per la trasposizione cinematografica di Caccia sadica di Joseph Losey e più di recente per Behind Enemy Lines di John Moore. Del resto, gli uomini in fuga, nel cinema, sono innumerevoli ed alcuni di loro hanno lasciato il segno, a cominciare dal protagonista di Io sono un evaso a quello de Il fuggitivo. Ecco che Escape si va dunque a posizionare sulla scia degli esempi sopraccitati per caratteristiche narrative e drammaturgiche, oltre che spettacolari, con le sequenze d’azione che offrono alla platea di turno un elevato livello di coinvolgimento e tensione. Scene come quelle dello scontro e della fuga dalla camionetta, dell’inseguimento notturno con sparatoria nel bosco, del conflitto a fuoco lungo il filo spinato delle mura perimetrali della caserma e della resa dei conti nel tunnel, sono delle autentiche scariche di adrenalina iniettate nelle vene del fruitore.
Ma sotto la superficie, a una lettura più approfondita, a emergere è anche una storia di un profondo conflitto tra il desiderio di una vita migliore e la cieca obbedienza alle regole. Conflitto, questo, che si materializza sullo schermo attraverso il disegno dei due personaggi principali, le cui esistenze, pensieri e decisioni sono agli antipodi: da una parte c’è Im Kyu-Nam, un soldato che tenta in ogni modo di defettare; dall’altra il Maggiore Ri Hyun-sang il quale, malgrado un enorme talento per il pianoforte, ha dovuto rinunciare alla musica e al suo amore per il giovane Woo-Min per proseguire la carriera militare e l’obbedienza alla sua patria. La negazione della sua natura e il reprimere le aspirazioni lo hanno reso un uomo crudele e spietato determinato a non permettere a nessun altro di lottare per la libertà. Tali caratterizzazioni, trasferite sullo schermo grazie alle efficacissime interpretazioni di Lee Je-hoon e Koo Kyo-hwan, permettono di fatto all’opera di acquistare quello spessore e quella stratificazione che altrimenti un progetto come questo non avrebbe mai avuto in dote. Questo perché Escape è un perfetto compromesso tra il bisogno di intrattenere con un film di genere appassionante e ben confezionato (oltre alla regia, una nota di merito va sia al lavoro del direttore della fotografia Kim Sung-an che a quello della potentissima colonna sonora, Dalpalan) e quello di raccontare una storia in grado di lasciare il segno e fare riflettere.

Francesco Del Grosso

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