Riacquistare fiducia
È sabato mattina presto a San Francisco e, come di consueto, Josephine e suo padre sono usciti per correre al parco del Golden Gate. Lei si spinge troppo avanti, sfuggendo allo sguardo del genitore, e quando i due vengono definitivamente separati da un bivio, il destino decide di far prendere alla bambina la direzione sbagliata. Proseguendo, Josephine arriva in una zona defilata dal percorso principale, dove assiste a un evento che incenerisce prematuramente ogni suo briciolo di innocenza. È in quei brevi istanti precedenti all’arrivo affannato del padre, percepiti da noi come un’eternità, che l’infanzia di Josephine cessa inevitabilmente di esistere. Se siete già all’opera nel tentativo di immaginare a cosa possa aver assistito di tanto traumatico, potete stare tranquilli: non passerà molto tempo prima che il film trovi a questa domanda la peggior risposta possibile, trasformando in vere e proprie vittime anche gli ignari spettatori che approcciano la visione privi di informazioni aggiuntive. Josephine ha avuto la sua anteprima mondiale al Sundance 2026, dove ha sbaragliato la concorrenza vincendo entrambi i premi principali, ed è stato successivamente selezionato per il concorso del 76° Festival di Berlino.
Beth de Araujo ricorre a misure drastiche per costringerci a empatizzare fin da subito con la sua piccola protagonista, spettatrice di un abuso a sfondo sessuale tanto realistico da far quasi impallidire la meschina rappresentazione di Gaspar Noé in Irréversible, ma soprattutto tanto inequivocabile da instillare in lei quel perenne senso di insicurezza e rabbia con cui dovranno fare i conti i genitori.
Eppure, nonostante la premessa sia poco felice, non siamo ancora arrivati a tratteggiare i contorni più disturbanti di questa vicenda, che si rivela essere ben più personale per la regista di quanto ci piacerebbe pensare. In un’intervista, Beth de Araujo racconta di come questo incubo cinematografico scavi profonde radici autobiografiche; l’evento scatenante è stato da lei vissuto in prima persona, in condizioni per giunta molto simili. È a quel fatidico giorno che riconduce gli episodi di paranoia che l’hanno aiutata a tratteggiare il personaggio di Josephine, e che probabilmente hanno ispirato l’espediente visivo più originale del film, attraverso cui il trauma assume una forma tangibile all’interno della narrazione. La storia acquista così un’urgenza che sfugge ai confini dello schermo, oltre a uno strato di lettura ulteriore che amplifica il disagio trasmesso.
“Quell’evento mi tormenta tutt’ora, e questo film, in parte, è un veicolo per la catarsi — un modo per processarlo da adulta che si sta avvicinando all’età della donna che lo ha subito nel parco”.
Su questa base, è facile comprendere come un approccio caustico fosse l’unico modo per non mentire a se stessa nel mettere in scena quel ricordo, oltre che una scelta essenziale per renderci testimoni affidabili dell’orrore, e creare quindi i presupposti per la sua stessa catarsi. Cinema come terapia d’urto condivisa, figlio di un tema — quello dell’incremento della violenza nella società — più che mai attuale, che si tratti di realtà oggettiva o di una percezione distorta dal flusso incessante di notizie disperate che ci raggiunge quotidianamente dall’avvento dei social. Sono quindi film come Josephine a rappresentare il presagio più nefasto. In un periodo storico saturo di conflitti atroci che plasmano il panorama dei documentari, e di conseguenza ricco di resoconti su guerre tanto terrificanti quanto lontane dalla nostra quotidianità, la vera paura è covata da storie che fanno percepire il pericolo dietro l’angolo, in agguato nel verde apparentemente innocuo delle grandi città occidentali.
Da un lato non si può che ammirare il coraggio di Beth de Araujo nell’esorcizzare definitivamente questo demone del passato; dall’altro è necessario mettersi, anche solo per un momento, nei panni di Mason Reeves, la straordinaria bambina che interpreta Josephine. Se la tesi sostenuta dal film è, almeno in parte, che l’innocenza funga da scudo temporaneo contro la violenza e la depravazione che divampano nella società, la sola partecipazione al progetto di un’interprete così giovane apre alla possibilità di un trauma collaterale, esponendola a una tematica cupa e di difficile elaborazione. Il discorso non si esaurisce con l’abuso iniziale; quando il film approda in tribunale, i dialoghi affidati al personaggio di Josephine portano istintivamente a sperare che il team incaricato di accompagnare la giovane attrice in questo percorso fosse adeguatamente preparato alle conseguenze psicologiche. Allo stesso tempo, si fa strada la consapevolezza di trovarsi di fronte a una delle migliori interpretazioni infantili degli ultimi anni, se non altro per la complessità emotiva richiesta.
La visione registica è, straordinariamente, all’altezza della posta in gioco. Una dimostrazione di rigorosa disciplina formale che si esprime tanto nella padronanza degli espedienti registici con cui Beth de Araujo affila la narrazione, quanto nella direzione degli attori. Channing Tatum incarna con maestria il prototipo del padre premuroso, la cui visione pragmatica e istintiva del mondo entra in conflitto con quella più riflessiva ed empatica della madre, interpretata da un’ottima Gemma Chan. I loro disaccordi comunicativi, frutto di un’umana impreparazione alla situazione, costituiscono il nucleo di una sceneggiatura che comprende fino in fondo le paure e le insicurezze che comporta l’essere genitori.
L’unica vera pecca è quella di mettere troppa carne al fuoco. Può sembrare ingiusto muovere questa critica a una regista che ha vissuto personalmente parte delle vicende, ma l’impressione è che alcuni eventi non si amalgamino in modo del tutto organico. A fronte della moltitudine di scenari possibili che una situazione simile può generare, si è scelto di includerne il maggior numero possibile, invece di lasciare respirare quelli che rappresentano il vero fulcro emotivo di una storia che necessita di realismo e struttura per comunicare con efficacia. Il risultato è, a tratti, forzato e artificiale, con un episodio in particolare che rende evidente come la mano sia stata calcata. Nonostante ciò, il finale rappresenta un punto di arrivo coerente e soddisfacente, capace di concludere il film su una nota alta e di attenuare i piccoli intoppi disseminati lungo il percorso. Ulteriore chicca autobiografica: i genitori fittizi di Josephine sono ispirati a quelli reali di Beth, rispettivamente un atleta olimpico brasiliano e una ballerina di origini cinesi.
In definitiva, Josephine è una disamina meticolosa — e a tratti angosciante — di una famiglia costretta a confrontarsi con una giovane psiche in frantumi, dominata da una sensazione opprimente di vulnerabilità. Il successo del film è dovuto a una tematica che risuona con forza, e che conduce lo spettatore a una liberazione finale dopo averlo costretto a camminare a lungo sulle spine. Un’opera che non offre risposte facili, ma che proprio per questo risulta onesta e sincera.
Alessio Vinciguerra









