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Active Vocabulary

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VOTO: 6

Uno sguardo fazioso sull’indottrinamento politico

In anteprima italiana alla 37esima edizione del Trieste Film Festival – Concorso Documentari, Active Vocabulary di Yulia Lokshina si presenta come un’opera volta a raccontare i meccanismi del potere politico attraverso la storia di Maria, un’insegnante russa denunciata da uno studente per aver preso posizione contro la guerra in Ucraina e costretta a fuggire in Germania. Con i suoi nuovi studenti ricostruisce ed analizza il suo caso, indagando la coercizione politica, i tradimenti, la resistenza.

La stessa regista, nata a Mosca nel 1986, si è trasferita in Germania nel 1999, dove vive e lavora tra Berlino e Monaco di Baviera; il suo è dunque uno sguardo duplice, che unisce ricordi aviti a testimonianze recenti, ma non imparziale, teso a focalizzare in modo acritico la scuola come strumento di indottrinamento ed espansione dello stato russo. Ora, che attraverso la scuola – e la cultura – passi la vera appropriazione di un territorio è storia nota e non appannaggio di una sola parte; lungi da me una dissertazione sulle origini di una guerra che ha radici molto più profonde di quelle offerte mainstream, tengo a precisare che quella che è presentata come una caratteristica di uno Stato è comune universalmente nella politica di assimilazione di un territorio conquistato.

Pur tuttavia, Active Vocabulary offre degli interessanti spunti di riflessione, dal disboscamento forzato per costruire una scuola che dà il là alla storia, con la resistenza di alcune donne che cercano di fermare i lavori, al ban di overwhelming, formulato negli anni Settanta nella Germania dell’Ovest per evitare l’indottrinamento e favorire il pensiero critico degli studenti; ora, se lo sguardo storico-politico non è privo di faziosità personali, l’analisi sull’istruzione è arguta e stimolante verso un pensiero critico sulla politica in sé. Purtroppo la struttura scelta dalla regista per amalgamare temi che appaiono scollegati, al fine di mostrare la Russia come Stato totalitario, rende il documentario poco fluido e frammentato, la cui parte più interessante visivamente è quella dedicata alla contesa nella foresta, avvenuta pochi giorni prima dell’inizio della guerra, mentre politicamente risalta lo studio del “divieto di sopraffazione”, il ban on overwhalming, formulato nella Germania dell’Ovest degli anni Settanta e che, sebbene non abbia valore legale, è ancora in uso e raccomandato in tutta la Germania. Formulato come rottura con il passato socialista e per evitare gli estremismi, il ban attacca soprattutto gli insegnanti, classificati come estremisti di estrema sinistra: dice agli insegnanti come parlare di politica ai ragazzi per evitare l’indottrinamento e favorire il pensiero critico, ma è davvero possibile parlare di politica senza farla? Le riflessioni che si svolgono in classe hanno solo l’apparenza di stimolare una discussione critica, partendo comunque da un presupposto fissato.

Sebbene chi scrive non si trovi d’accordo, non si può contestare che Active Vocabulary ha raggiunto risultati soddisfacenti in Germania, dove ha vinto il Premio DOK Leipzig – Miglior film del concorso dei documentari tedeschi, ma anche a Trieste, dove la giuria composta da Davide Abbatescianni, Vanja Jambrović e Marko Stojiljkovi ha assegnato al film dela Lokshina una menzione speciale con questa motivazione: “Yulia Loshkina affronta un’ampia gamma di temi — personali, aneddotici, sociali e universali — che a una prima lettura possono sembrare tra loro scollegati, ma che nel loro insieme compongono il ritratto di una Russia come Stato totalitario persistente, in cui chi detiene il potere ignora il benessere degli altri. La forma del film-saggio consente alla regista di intrecciare questi diversi livelli, mentre l’uso di tecniche sperimentali mantiene costantemente viva l’attenzione dello spettatore.

Michela Aloisi

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