Quando un film ben realizzato non ha molto da raccontare
Tyler Savage, da non confondere col più noto regista Rob Savage, realizza un horror/thriller tecnicamente curato e ben interpretato, che però fatica a trovare una propria identità tra gli innumerevoli titoli del genere. Tra cliché narrativi, personaggi poco approfonditi e un colpo di scena non del tutto convincente, Oddities rimane di fatto un film in cui non c’è nulla di veramente sbagliato, ma nulla è davvero memorabile.
Ci sono film che sembrano possedere tutti gli elementi necessari per funzionare, talmente “giusti”, probabilmente, da convincere gli investitori. Una trama senza sbavature, una produzione coerente col genere, attori conosciuti e riconoscibili. Questo, ahinoi, non è sufficiente per permettere a un film di trasformarsi in qualcosa di davvero interessante.
Oddities, scritto e diretto da Tyler Savage, appartiene in parte a questa categoria: un’opera realizzata con competenza, scrittura pulita, interpretazioni giuste, ma che fatica a decollare. In questi giorni a confrontarcisi è il pubblico del 9° Monsters Fantastic Film Festival di Taranto, dove tale lungometraggio figura in concorso.
Il film comincia nel momento in cui due amiche, coinvolte accidentalmente nell’omicidio del loro spacciatore, si danno alla fuga e trovano rifugio in un negozio di antiquariato lungo la strada. La signora che lo gestisce (Adrienne Barbeau) sembra apparentemente innocua, ma si sa, nulla è come sembra in questo genere di cinematografia e quella che comincia come una storia criminale, si trasforma in un racconto prima di tensione, poi horror. La premessa, l’arrivo di due personaggi fuggitivi in un posto strano e desolato, per quanto non sia originalissima, possiede del potenziale, ma la storia impiega un po’ di tempo a ingranare e soprattutto a trovare una propria identità. Il titolo stesso, Oddities, promette, se non misteri o curiosità o deviazioni dall’ordinario, almeno “stranezze”, ma questa promessa rimane a lungo sospesa, mentre la narrazione procede attraverso situazioni e dinamiche piuttosto familiari agli appassionati del genere. Chi ama questo tipo di cinematografia, solitamente, è smaliziato su moltissime di queste situazione narrative, quindi non ne diventa facilmente complice, ormai. Uno degli aspetti meno convincenti riguarda la scrittura dei personaggi, che sembrano più seguire le regole di scrittura di un manuale che non un’idea di personaggio tridimensionale. Le due protagoniste, interpretate da Lilimar e Lovie Simone, condividono un passato che viene suggerito attraverso una scena di apertura molto dinamica fatta di risate e droga, con un montaggio molto frenetico, e un set up successivo molto dialogato. Ad un certo punto, prima della resa dei conti finale, si confidano cose del passato, ma il passato di un personaggio non significa necessariamente comprenderlo, e soprattutto non basta sempre a renderne credibili le azioni. Viene quindi proposta una caratterizzazione abbastanza usata nel cinema action e thriller contemporaneo: quella del personaggio femminile che, per risultare forte e indipendente, deve necessariamente dimostrarsi duro, aggressivo, capace di maneggiare armi e di affrontare situazioni estreme con una disinvoltura quasi da professionista. Non è naturalmente la presenza di queste caratteristiche a costituire un problema, quanto il rischio che vengano utilizzate come scorciatoie narrative, lasciando poco spazio alle contraddizioni e alle fragilità che potrebbero rendere i personaggi più interessanti. La credibilità, del resto, non dipende soltanto dal passato che viene attribuito ai protagonisti, ma soprattutto dalla coerenza delle loro scelte. In Oddities questa coerenza non è sempre convincente. Le protagoniste dimostrano una sorprendente capacità di reagire a situazioni criminali pericolose, salvo perdere improvvisamente quella stessa capacità nei momenti in cui sarebbe più logico utilizzarla. Alcune loro decisioni sembrano rispondere più alle necessità della sceneggiatura che a una psicologia pienamente riconoscibile. È una convenzione piuttosto frequente nel cinema di genere, ma in questo caso finisce per indebolire il coinvolgimento dello spettatore.
La presenza di Adrienne Barbeau, autentica icona del cinema di genere, già protagonista di The Fog e 1997: Fuga da New York di John Carpenter, rappresenta certamente uno degli elementi di maggiore richiamo del film. La sua interpretazione è sicuramente convincente, anche se il suo personaggio non lo è altrettanto. Accanto a lei troviamo anche Xander Berkeley, volto familiare di numerose produzioni cinematografiche e televisive come The Walking Dead. Il cast offre interpretazioni complessivamente convincenti e contribuisce a dare solidità a personaggi che, sulla carta, avrebbero forse necessitato di qualche sfumatura in più. È interessante osservare come Oddities nasca da un cortometraggio omonimo realizzato dallo stesso Savage nel 2023. Un’idea concepita per il formato breve e costruita intorno a una situazione apparentemente ordinaria destinata a prendere una piega imprevedibile, viene qui sviluppata fino a diventare un lungometraggio. Da qui forse l’aggiunta della parte criminale iniziale. Viene quindi spontaneo chiedersi se l’ampliamento della storia abbia realmente aggiunto complessità al materiale originale oppure abbia finito per diluire parte dell’efficacia del meccanismo narrativo iniziale e soprattutto dei personaggi. In un cortometraggio si accettano più facilmente personaggi con meno sfumature, o sicuramente non ci si aspetta un approfondimento. Dal momento in cui in un lungometraggio si cerca di creare spessore a quegli stessi personaggi traslati dal formato breve, ecco che forse bisogna rielaborarli in maniera diversa. Anche perchè in questo tipo di genere, vengono accettati anche personaggi bidimensionali, se si spingono molto all’eccesso. Quanti film horror abbiamo visto la cui profondità del personaggio non importava?
Il film arriva infine a un climax che cerca di sorprendere e ribaltare le aspettative dello spettatore, ma che non riesce del tutto nel proprio intento. Il colpo di scena non è necessariamente debole nella sua concezione, anzi, è anche divertente e inaspettato. Appunto per questo è piuttosto la sua integrazione nel racconto a lasciare qualche perplessità. Una rivelazione dovrebbe possibilmente modificare retroattivamente il significato di ciò che abbiamo visto, oppure rappresentare la conseguenza, magari inattesa, di elementi già presenti nella storia. Qui, invece, si avverte una certa distanza tra la costruzione narrativa precedente e la sorpresa finale, che avrebbe probabilmente beneficiato di una preparazione più accurata. Probabilmente è anche una situazione più o meno ricercata per cercare di destabilizzare ancora di più lo spettatore. In questo film, però, la risultate di questo ragionamento è un po’ leggera.
Tutto questo non significa che Oddities sia un film mal realizzato. Al contrario, Savage dimostra una buona padronanza della macchina da presa e di costruzione della tensione. Il rapporto tra i personaggi, alla fine, è funzionale e credibile. La fotografia di Antonio Cisneros è curata e gestisce i vari atti e i vari ambienti con capacità cromatiche utili. Le interpretazioni quindi sono generalmente all’altezza. Anche l’idea narrativa di partenza offre un terreno interessante per un horror capace di mescolare criminalità, suspense e gore, ma il cinema non è soltanto una questione di competenza tecnica. Il limite principale di Oddities è forse proprio quello di essere un film in cui molti elementi funzionano singolarmente, senza riuscire a produrre un risultato altrettanto efficace nel loro insieme, mancando quindi di una gestalt efficace. I cliché vengono utilizzati senza essere particolarmente rielaborati, i personaggi rimangono piuttosto schematici e alcuni sviluppi narrativi risultano intuibili prima ancora di verificarsi. Non tutti i film devono essere memorabili, naturalmente, né ogni opera di genere deve necessariamente reinventare le regole del cinema. Esiste anche un cinema che trova la propria ragion d’essere nel semplice intrattenimento, e non c’è nulla di sbagliato in questo, anzi, molto spesso è preferibile rispetto alla ricerca insensata di autorialità là dove il materiale di partenza non lo consente. Ma quando un film si affida così apertamente alla sorpresa, all’imprevedibilità e alla tensione, è soprattutto su questi elementi che finisce per essere giudicato. E quando questi elementi, forse, non sono né sorprendenti, né imprevedibili, allora la riuscita del film ne risente.
Oddities rimane quindi un prodotto dignitoso, realizzato con mestiere e interpretato con convinzione, che tuttavia non riesce a sfruttare fino in fondo le possibilità offerte dalla propria premessa. Il finalissimo, è sicuramente una chicca che tanto piacerà agli amanti del cinema dei mostri e ha il pregio di lasciarti un sorriso di soddisfazione con cui si chiude l’esperienza filmica. Una mossa furba per ingolosire lo spettatore, a dimostrazione del fatto che Savage sa il fatto suo e conosce bene il materiale che utilizza. Rimane però il fatto che Oddities è un film che si lascia guardare senza particolare fatica, ma che difficilmente riesce a lasciare un’impressione duratura. Per una storia che promette stranezze, forse il limite maggiore è proprio quello di risultare, alla fine, senza stranezze. Chi scrive confida anche nel fatto che sia uno dei primi film del regista e che ci sia un gran margine di miglioramento. Si consiglia sicuramente di seguire le prossime produzioni di Tyler Savage.
In conclusione. Perché non vederlo? Se si cerca qualcosa di veramente “strano” o un linguaggio nuovo, sarete delusi da questo film. Perché vederlo? Gli ultimi 5 secondi sono sicuramente divertenti, ma in generale se vi piace il cinema di intrattenimento di genere, se apprezzate attori e attrici da un passato iconico e siete alla ricerca di qualcosa emotivamente leggero che non invaderà i vostri sogni, è il film adatto a voi. Consiglio la visione con amici e amiche la cui presenza e magari guasconeria possa pompare il film nei suoi momenti più brillanti.
Gabriele Tacchi









