Il dramma della migrazione di Diego Luna
Tratto dal celebre romanzo della scrittrice messicana Brenda Navarro, Ceniza en la boca (Ashes) di Diego Luna (qui in veste di regista), vincitore per la miglior sceneggiatura alla 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma, è un racconto intenso e senza sconti sull’esperienza della migrazione, narrato attraverso una consapevolezza intima e profonda.
Lucila (interpretata da un’ottima Anna Díaz), è una ragazza messicana che si trasferisce in Spagna seguendo le orme della madre, migrata a Madrid anni prima abbandonando lei e il fratello. Tra la capitale e Barcellona si snoda una vicenda che rivela una realtà fatta di precarietà, isolamento e lavoro sommerso. Quando una tragedia improvvisa colpisce la sua famiglia, Lucila si ritrova a dover ricomporre i pezzi della propria esistenza, affrontando i sensi di colpa e la dolorosa sensazione di non appartenere più a nessun luogo.
Diego Luna racconta la migrazione insinuandosi nelle pieghe della quotidianità: la fatica dei lavori di cura agli anziani, l’estraniazione negli spazi urbani europei — alieni rispetto a quelli d’origine — e, scavando ancor più in profondità, la distanza emotiva che si crea tra i membri di una stessa famiglia, quando le priorità confluiscono nella pura sopravvivenza.
Lo sguardo della macchina da presa resta vicina ai gesti e al volto di Lucila, immortalandone gli stati d’animo e permettendo allo spettatore di percepirne lo smarrimento e la costante sensazione di essere fuori posto. La possibilità di muoversi incondizionatamente da un continente all’altro non si traduce in libertà, ma piuttosto in una forma di schiavitù e segregazione sociale, tanto reale quanto invisibile. La narrazione è intensa, anche se rischia talvolta di perdersi dilatando i tempi nei vari spostamenti intercontinentali, dove l’inserimento di alcuni personaggi secondari sfuma leggermente rispetto alla ricchezza introspettiva di una protagonista così sfaccettata ed empatica, generando qualche discontinuità nel ritmo.
Il cineasta messicano firma anche lo script di Ceniza en la boca insieme a Abia Castillo e Diego Rabasa, realizzando un racconto di formazione sincero e toccante sulla ricerca d’identità, sul peso delle origini e su cosa significhi davvero trovare il proprio posto nel mondo. Questo approccio, che sfocia nella spietata logica della sopravvivenza quotidiana, offre suggestioni che si intersecano con il cinema dei fratelli Dardenne, sia per il realismo narrativo, sia per l’adesione al pedinamento zavattiniano, uno dei concetti teorici e stilistici fondamentali del Neorealismo italiano — cui si rifanno anche loro —, che insegue da vicino i protagonisti catturandone la fatica e rivelandone il peso fisico e psicologico.
Se dal cinema dei Dardenne il film condivide l’asciuttezza e il realismo dell’osservazione sociale, vi è un altro parallelismo fondamentale: quello con la poetica di Alejandro Gonzalez Inarritu. Come nei suoi film il dolore non è un concetto astratto o un pleonastico espediente di trama, ma una sensazione fisica somatizzata dai personaggi (come in Amores Perros o Biutiful).
Così, in Ceniza en la boca ritroviamo ansia, fatica e un costante senso di soffocamento, per un film coinvolgente che non smette di suscitare domande sullo sfruttamento degli esseri umani regalando emozioni profonde.
Fabrizio Battisti









