Il peso della memoria nel ventre degli abissi
Brian Duffield dirige Whalefall – Nella balena, traducendo sul grande schermo la carica claustrofobica del romanzo di Daniel Kraus, trasformando un’estenuante prova di sopravvivenza in un survival esistenziale dove il rapporto irrisolto col proprio genitore si traduce in un’allegoria nello stritolamento nel ventre della balena, che rappresenta la morsa interiore dei sensi di colpa.
La vicenda della pellicola, in uscita nelle sale il 15 ottobre 2026 dopo l’anteprima alla 21esima edizione della Festa del Cinema di Roma, ruota attorno alla vulnerabilità e al trauma irrisolto di Jay Gardiner, interpretato da un tesissimo Austin Abrams. Sconvolto dalla morte del padre Mitt — incarnato da un imponente e ruvido Josh Brolin —, il giovane si immerge nelle agitate acque dell’Oceano per recuperarne i resti. Quello che doveva essere un doloroso atto di riparazione sfocia in un’incredibile tragedia quando Jay viene inghiottito vivo da un capodoglio gigantesco.
Duffield non è nuovo al racconto di un isolamento che opprime o di minacce viscerali (No One Will Save You, Love and Monsters). Il risultato è una vera e propria resa dei conti morale ed emotiva sull’eredità dei traumi e sull’impatto dei rimorsi.
La regia di Duffield è tecnicamente peculiare, e al servizio di un ritmo serrato segnato dal respiro affannoso del protagonista e dal conto alla rovescia dell’ossigeno. Al contempo, il regista stempera l’angoscia soffocante del ventre marino grazie a brillanti inserti di flashback, gestiti con abile equilibrio, che ripercorrono il rapporto conflittuale e la rabbia inespressa verso la figura paterna.
L’interpretazione di Austin Abrams è intensa e coinvolgente, perfetta per guidare un’impresa titanica dentro una vera e propria gabbia biologica. Di contro, il Mitt di Josh Brolin appare freddo, autoritario e incompreso; col procedere degli eventi e l’affiorare dei ricordi, la sua immagine si trasforma restituendo il ritratto di un uomo divorato dal proprio rigore e sempre più isolato.
I film incentrati su uomini di fronte a una natura spietata non mancano, su tutti Lo squalo, rispetto al quale lo stesso Daniel Kraus ha asserito esplicitamente che la pellicola di Spielberg è stata una della sue maggiori fonti d’ispirazione, ma si può far riferimento anche al doloroso isolamento di 127 ore di Danny Boyle, in cui l’esperto arrampicatore Aron Ralston (interpretato da un magnetico James Franco) resta intrappolato in una gola rocciosa. La terra diviene un elemento ostile e prigione naturale in cui un essere umano è costretto a misurarsi con se stesso in una situazione estrema di sopravvivenza. Anche per lui viene scandito un conto alla rovescia all’insegna della riserva d’acqua che gli resta, mentre a Jay in Whalefall – Nella balena, il countdown è scandito dall’ossigeno che gli rimane nelle bombole. Gli accostamenti però non si limitano solo al lungometraggio di Boyle, ma trasversalmente oscillano tra il Moby Dick la balena bianca di John Huston tratto dall’omonimo romanzo di Herman Melville e il più recente e peculiare The Cube di Vincenzo Natali.
Un thriller psicologico ansiogeno, claustrofobico e cupo, che si concentra su un gruppo di personaggi intrappolati in una struttura artificiale, costituita da numerose stanze cubiche, alcune dotate di trappole mortali alle quali devono sopravvivere, con la speranza e l’intento di riuscire a fuggire. Duffield dal canto suo dona alla vicenda una tensione emotiva che porta lo spettatore a confrontarsi con una percezione altamente immersiva, a contatto con le sue più ancestrali paure e i lati più oscuri del proprio bagaglio esistenziale. Il cineasta statunitense rinuncia ad una rappresentazione fantastica o fiabesca della pancia del mostro — che nell’immaginario collettivo riporta al Pinocchio di Collodi —,la macchina da presa tratta le cavità interne del capodoglio con l’accuratezza clinica di un documentario anatomico, senza risparmiare allo spettatore sequenze disturbanti e tese come la lotta tra Jay e un calamaro gigante all’interno dello stomaco del cetaceo. La regia lavora sui dettagli della materia organica — le contrazioni dell’apparato digerente, i succhi gastrici, l’estrema scarsità di luce cui Jay farà fronte in modo assai originale — precipitando lo spettatore in uno spazio angusto e soffocante. L’inquadratura si sofferma principalmente sui primi piani stretti del giovane, catturandone i movimenti oculari disperati e il consumo progressivo delle bombole d’ossigeno. Elemento che determina una scansione temporale inesorabile, integrata alla perfezione nel ritmo serrato del montaggio curato da Pietro Scalia. Nella visione di Brian Duffield, il ventre della balena cessa di essere una semplice ambientazione per diventare una vera e propria camera dell’eco mentale. Nell’oscurità delle viscere dell’animale, nel silenzio degli abissi, tra le contrazioni dell’apparato digerente e nel respiro affannoso di Jay, la regia crea quel ponte ideale per far scivolare la coscienza del protagonista nei flashback. La singolare tragedia all’interno del gigante del mare, diventa lo scenario naturale su cui proiettare i frammenti mnemonici del rapporto irrisolto tra il giovane e suo padre. L’impatto scenico è potente, esaltato da un sound design dominante, che lavora sui suoni interni e viscerali — l’eco cupa dei grugniti dell’animale, il sinistro e disgustoso fluire dei liquidi organici, e il sibilo secco dell’aria delle bombole —, restituendo un’esperienza immersiva che opprime quanto le scelte delle inquadrature.
Con Whalefall – Nella balena, il cinema mostra con sincera inquietudine come il mostro più spaventoso da cui fuggire non sia la carne oscura dell’abisso, ma la morsa inesorabile delle proprie colpe inespresse.
Fabrizio Battisti









