Segreti di famiglia
Correva l’anno 2015, quando, alla 72esima Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica, pubblico e critica rimasero piacevolmente colpiti dall’intenso lungometraggio À Peine J’ouvre les Yeux, realizzato dall’allora esordiente cineasta tunisina naturalizzata francese Leyla Bouzid. Bene, a distanza di undici anni dalla sua realizzazione, possiamo affermare a gran voce che l’enfant prodige è cresciuto e che quel talento, quella grande sensibilità nel mettere in scena drammi estremamente delicati sono ulteriormente maturati, trovando finalmente un loro posto nel ricco e variegato mondo della settima arte. Così, dunque, ecco arrivare la regista alla 76esima edizione del Festival di Berlino in corsa per l’ambito Orso d’Oro con In a Whisper (À voix basse), il suo terzo lungometraggio, che, senza paura di esagerazione alcuna, potrebbe addirittura essere considerato come il suo film più personale.
In a Whisper, dunque, ci racconta per immagini la storia di Lilia (impersonata da un’ottima Eya Bouteraa), la quale è nata e cresciuta in Tunisia, ma vive da diversi anni in Francia. Un giorno, la giovane donna deve fare ritorno alla sua città natale, dal momento che suo zio è morto improvvisamente. Una volta a casa, la nostra Lilia incontrerà sua madre, sua zia e sua nonna, anch’esse scioccate dalla morte dell’uomo, soprattutto dopo aver scoperto, in seguito alla sua morte, la sua vita segreta. Egli, infatti, era omosessuale, ma soltanto sua sorella, la madre di Lilia, pareva fosse a conoscenza del suo segreto. Lilia, dal canto suo, non ha ancora detto a nessuno della sua famiglia di avere da anni una relazione con una donna, Alice (Marion Barbeau). Potrà mai essere accettata e compresa per questo?
Tenero, estremamente intimo e attento a ogni singola sfaccettatura dell’animo umano, In a Whisper sa bene intrecciare dramma personale e storia famigliare, con tanto di focus su abitudini e tradizioni, in un paese, la Tunisia, in cui ancora non si è del tutto pronti ad accettare chi ha scelto per sé un percorso di vita diverso da ciò che la società è solita aspettarsi da lui (il fatto stesso, ad esempio, che Lilia non abbia un marito e che eserciti la professione di ingegnere – considerata ancora una professione “maschile” – sembra alquanto strano alla nonna della donna).
I ricordi di un’infanzia felice (particolarmente d’effetto, in tal senso, i momenti in cui la protagonista “rivede” sé stessa da bambina mentre gioca con i suoi cugini) e un presente in cui c’è la necessità di far luce su importanti segreti ci forniscono un quadro esaustivo e sfaccettato di una famiglia molto unita, una famiglia dall’impronta decisamente matriarcale, una famiglia in cui, nonostante le “regole”, si è sempre disposti a comprendersi e ad ascoltarsi l’un l’altro, sebbene con inevitabili scontri. Una famiglia che per generazioni ha vissuto sempre nella stessa casa, la quale, testimone silente e rispettosa di tutte le sue vicissitudini e di tutti i suoi segreti, viene trattata dalla regista quasi alla stregua di un vero e proprio personaggio.
Con In a Whisper (dedicato alla madre della stessa regista), Leyla Bouzid ha dato vita, dunque, a un piccolo e prezioso gioiello in grado di regalarci potenti emozioni fin dai primi minuti. Tramite personaggi complessi e caratterizzati in ogni loro minima sfaccettatura (particolarmente interessante, in tal senso, proprio la figura della madre della protagonista) e tramite una regia che vede in un potente realismo il suo marchio di fabbrica, senza disdegnare momenti maggiormente “onirici”, il film ha, dunque, saputo farsi onore sugli schermi berlinesi. E, almeno in questi primissimi giorni di festival, si è rivelato indubbiamente uno dei prodotti più interessanti.
Marina Pavido







