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No Good Men

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VOTO: 7

Battaglie quotidiane

Quante volte abbiamo sentito dire dalle donne – scherzosamente o meno – che tutti gli uomini sono degli st…zi? E, allo stesso modo, quante volte abbiamo sentito dire la stessa cosa dagli uomini per quanto riguarda le donne stesse? A metà strada tra lo scherzo e il cliché, dunque, tali affermazioni sono entrate a tutti gli effetti a far parte del linguaggio comune, portando dietro di sé tutte le inevitabili conseguenze del caso. Per quanto riguarda, invece, il lungometraggio No Good Men, ultima fatica della regista afgana Shahrbanoo Sadat, nonché film d’apertura della 76esima edizione del Festival di Berlino (presentato all’interno della sezione Berlinale Special Gala), ecco che il titolo, che sembrerebbe in un primo momento richiamare quanto menzionato all’inizio, assume immediatamente significati ben più profondi. Ma vediamo nello specifico di cosa stiamo parlando.
Ispirato a fatti realmente accaduti, nonché ad alcune personali vicende vissute dalla regista stessa, No Good Men ci racconta per immagini le vicissitudini di Naru (impersonata dalla stessa Sadat), unica donna a lavorare dietro la macchina da presa all’interno della più importante emittente televisiva di Kabul e che, proprio per questo motivo, fatica sovente a far riconoscere il proprio valore e la propria posizione. Come se non bastasse, la donna lotta ogni giorno per ottenere la custodia del suo bambino di tre anni, dopo essersi separata da un marito fortemente infedele. A seguito di tutto ciò, dunque, la nostra Naru si convincerà che non esistono bravi uomini in Afghanistan. Potrà, però, l’incontro con Qodrat (Anwar Hashimi), importante reporter che lavora proprio nella sua emittente, farle cambiare idea, nonostante le numerose difficoltà che rendono il loro amore “non convenzionale”?
Fermandoci a una breve, sommaria lettura della sinossi, potremmo facilmente intuire che questo No Good Men sia una brillante commedia romantica atta ad aprire la Berlinale di quest’anno in modo scoppiettante. E, di fatto, tale affermazione è in parte vera. La regista, infatti, per questo suo terzo lungometraggio ha deciso di adottare proprio questo tono. Questo suo No Good Men, già dai titoli di testa, si presenta, infatti, come un lungometraggio vivace e variopinto, che punta innanzitutto a urlare a gran voce l’immenso, spesso non pienamente riconosciuto valore delle donne.
Eppure, No Good Men, non è solo questo. E lo intuiamo subito, quando scopriamo che, parallelamente alle vicende della protagonista, viene fotografato un ben preciso momento storico riguardante gli anni recenti dell’Afghanistan, quando i talebani stavano per tornare al potere. Inevitabilmente tutto ciò influenza la vita e la quotidianità dei protagonisti. Una forte, fortissima critica nei confronti di un’intera nazione diviene, così, vera e propria coprotagonista sul grande schermo. Una critica anche piuttosto esplicita, che attacca direttamente determinate leggi (leggi che, secondo Qodrat, “si possono anche aggirare”), e che, come ben possiamo immaginare, ha reso la lavorazione del film ancora più problematica.
Già, perché, di fatto, Shahrbanoo Sadat ha voluto andare in tutto e per tutto fino in fondo nel realizzare questa sua opera, senza cedere a nessun compromesso. Anche per quanto riguarda la scelta di inserire, all’interno del lungometraggio, un bacio o addirittura le immagini di alcuni sex toys. La storia personale, dunque, ben si intreccia con la politica. Una singola persona diviene, così, immagine di molte altre persone, di molte altre donne che ogni giorno devono combattere battaglie più grandi di loro per poter ottenere semplicemente ciò che meritano, per poter essere finalmente libere e felici.
Siamo d’accordo: No Good Men, in grado di farci sorridere, ma anche di inferirci improvvisamente fortissimi scossoni emotivi, non è un film perfetto. Soprattutto per quanto riguarda alcune ingenuità registiche proprie, in modo particolare, dei momenti più drammatici. Eppure, nonostante ciò, possiamo affermare a gran voce che si tratta di un film decisamente necessario. Un’interessante apertura di una Berlinale che si preannuncia già di per sé piuttosto promettente. E vediamo in che modo esso riuscirà a lasciare il segno.

Marina Pavido

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