Due mondi, un unico mondo
Due persone, due universi quasi agli antipodi, due diverse generazioni, la scoperta di un linguaggio comune e la nascita di una profonda connessione dopo un conflitto iniziale. Quante volte, nel corso degli anni, sul grande schermo è stata messa in scena una storia con un’impostazione del genere? Una tale scelta narrativa, infatti, può dar vita talvolta a opere già viste e riviste o – peggio ancora – a una pericolosa retorica. Eppure, nel momento in cui si trova la chiave giusta, ecco che, sorprendentemente, possono prendere vita nella loro (apparente) semplicità prodotti decisamente degni di nota. Questo, dunque, è il caso del lungometraggio Flies (Moscas), ultima fatica del regista messicano Fernando Eimbcke, presentato in anteprima mondiale in concorso alla 76esima edizione del Festival di Berlino.
Ormai di casa alla Berlinale (dove a suo tempo ha presentato anche i film Lake Tahoe e Olmo), Eimbcke ci ha raccontato per immagini in Flies le vicende di Olga (impersonata da Teresita Sánchez), una donna non più giovanissima che vive da sola all’interno di un grande condominio a Città del Messico. Visibilmente infastidita da ogni “interferenza esterna” (particolarmente divertente la scena iniziale in cui vediamo mentre ella tenta di scacciare una mosca da casa sua) e anche, se vogliamo, piuttosto misantropa, la donna, dovendo affrontare un’operazione a un piede e avendo pertanto bisogno di soldi, decide di affittare una stanza del suo appartamento a chi si trova momentaneamente in zona per assistere i propri cari ricoverati nel vicino ospedale. Risponderà subito alla sua inserzione Tulio (Hugo Ramírez), momentaneamente in città poiché sua moglie ha bisogno di cure. Nonostante le rigide regole imposte da Olga, l’uomo introdurrà in segreto nell’appartamento anche suo figlio di nove anni Cristian (Bastian Escobar). Ma cosa accadrà nel momento in cui la proprietaria di casa si accorgerà di ciò?
Con una sceneggiatura complessivamente semplice e lineare e interamente girato in bianco e nero (questa, forse, sebbene visivamente accattivante, è l’unica scelta registica apparentemente senza fondamento), Flies fa di gesti e dettagli il suo vero punto di forza, rivelando, fin dai primi minuti, una propria, ben marcata personalità. E ci riferiamo, in tal senso, anche al divertente siparietto che vede protagonisti Olga e la suddetta mosca. Un siparietto in grado di farci empatizzare immediatamente con la protagonista, nonostante la sua natura burbera e scontrosa.
Vera peculiarità del presente lungometraggio, però, è proprio il rapporto che si viene via via a instaurare tra lei e il piccolo Cristian. Nato inizialmente in modo quasi conflittuale, ecco che esso (come facilmente possiamo immaginare) si evolve man mano che anche a noi vengono rivelati aspetti del passato e del presente di ognuno dei due personaggi. E malgrado la prevedibilità di tali risvolti, ecco che la maestria del regista ha saputo gestire il tutto con grande sensibilità e una particolare attenzione ai dettagli.
Già, perché, di fatto, in Flies, particolarmente interessante è la passione del giovane Cristian per i videogiochi. Ogni qualvolta il bambino si trova in strada insieme a suo padre ad aspettare fuori dall’ospedale, egli si dedica a un videogioco da lui particolarmente amato. E la sua grafica, che ricorda quasi una grafica anni Novanta, ben si contrappone, in tal senso, non solo al mondo di Olga, ma anche allo stesso appartamento in cui ella vive, dall’arredamento molto classico e addirittura un po’ obsoleto. Ad ogni modo, tale gioco sta a rappresentare per Cristian quasi un mondo ideale in cui rifugiarsi per dimenticare i problemi del quotidiano (particolarmente d’effetto, a tal proposito, il momento in cui il bimbo sembra entrare nello schermo di una macchinetta per abbracciare sua madre). E nel vedere le finestre del palazzo di Olga accendersi in sincrono, ricordando, appunto, la grafica di tale gioco, nemmeno noi sappiamo più dove finisca la realtà e inizi l’immaginazione.
Tenero, delicato, ma anche, talvolta, crudo e spietato, Flies è, dunque, un piccolo, prezioso film che non vuole a tutti i costi dar vita a qualcosa di “rivoluzionario”, ma che in piccoli, grandi dettagli riesce a ritagliarsi un proprio, dignitosissimo posto all’interno di questo ricco concorso berlinese. Una piacevole sorpresa che, al termine della visione, ci trasmette una piacevole sensazione di malinconica serenità.
Marina Pavido







