La crisi di Bill
Negli ultimi anni, si sa, è diventato un trend piuttosto comune realizzare biopic incentrati sulle vite (e le carriere) di grandi geni della musica. Si tratta, fatte le dovute eccezioni, naturalmente, sovente di film dalla “confezione” praticamente perfetta, che spesso e volentieri puntano alla più ambita statuetta, anche per quanto riguarda, di volta in volta, le diverse performance di chi ha avuto l’opportunità di dar vita a tali personalità. Qual è, però, spesso il problema di lungometraggi del genere? Semplice. A volte, infatti, capita di visionare pellicole sì ben realizzate, ma, di fatto, senza anima, pensate per attirare in sala il maggior numero di spettatori possibile e, come già menzionato, per aggiudicarsi numerosi riconoscimenti. Questo, fortunatamente, però, non è il caso di Everybody Digs Bill Evans, primo lungometraggio di finzione del regista britannico Grant Gee, presentato in concorso alla 76esima edizione del Festival di Berlino.
Come si può facilmente intuire dal titolo, dunque, Everybody Digs Bill Evans è incentrato proprio sulla vita del grande Bill Evans (per l’occasione impersonato da Anders Danielsen Lie), considerato uno dei più importanti musicisti jazz di tutti i tempi, e, nello specifico, su un momento cruciale della sua vita, ossia quando, dopo aver inciso con lui un paio di album di successo, il bassista Scott LaFaro muore improvvisamente in un incidente di macchina. In seguito a tale evento, Bill entrerà in una crisi profonda, per molto tempo non riuscirà a lavorare e, sempre più dipendente dalle droghe insieme alla sua compagna Ellaine (Valene Kane), deciderà di trascorrere un periodo di tempo dapprima a casa di suo fratello, poi dai suoi genitori (impersonati da Laurie Metcalf e Bill Pullman). Come andrà a finire per lui?
Girato (quasi) completamente in un curato bianco e nero, Everybody Digs Bill Evans adotta uno stile narrativo in cui diversi momenti della vita del musicista si intrecciano, al fine di fornirci un quadro completo di ciò che egli è stato, con la sua grande passione per la musica (un talento coltivato fin da quando era bambino), le sue fragilità e, soprattutto, eventi particolarmente drammatici che hanno segnato per sempre la sua esistenza.
Grant Gee, dal canto suo, ha intelligentemente adottato uno stile narrativo tutt’altro che lineare, in cui i brevi dialoghi tra i personaggi solo raramente si sviluppano all’interno di una lunga, continuativa scena, somigliando più che altro a tante brevi istantanee, a tanti pezzi di un puzzle che, tutti insieme, stanno a comporre un ben più grande affresco, facendo sì che la personalità del protagonista possa venire fuori in tutta la sua interezza e conferendo, al contempo, all’intera messa in scena quasi la forma di una sorta di flusso di coscienza che sembra strizzare l’occhio addirittura al glorioso cinema nouvellevaguista.
Una scelta, la presente, indubbiamente coraggiosa, soprattutto se si tiene conto del fatto che, prima di realizzare questo suo Everybody Digs Bill Evans, Grant Gee ha realizzato esclusivamente documentari. Eppure, ecco che qui alla Berlinale egli ha saputo dar prova del suo talento anche nel mettere in scena film di finzione. Questa sua importante pellicola, intensa e fortemente introspettiva ma mai pericolosamente retorica, pur non concentrandosi particolarmente sulla musica in sé, sa regalarci forti emozioni, alternando momenti altamente drammatici a scene in cui si ride addirittura di gusto (memorabile, in tal senso, l’ottima performance di Bill Pullman nel ruolo del padre di Evans). E così, dunque, un altro genio della musica ha trovato il proprio posto anche nel mondo della settima arte. E lo ha fatto grazie a una pellicola ricercata ed estremamente raffinata, piacevole sorpresa all’interno di questo concorso berlinese.
Marina Pavido






