Una famiglia alla deriva
In che modo un’intera famiglia può entrare in una profonda crisi a causa di un evento (almeno inizialmente) apparentemente di poca rilevanza? In che modo chi detiene il potere può “giocare” con le vite delle persone, manovrando le stesse quasi come se fossero burattini? A raccontarci per immagini una storia dai risvolti a dir poco inquietanti e che ci descrive minuziosamente (e spietatamente) determinate dinamiche politico-sociali ha pensato, dunque, il regista e sceneggiatore turco naturalizzato tedesco İlker Çatak con il suo lungometraggio Yellow Letters, presentato in anteprima mondiale in occasione della 76esima edizione del Festival di Berlino, dove concorrerà per l’ambitissimo Orso d’Oro.
La storia messa in scena in Yellow Letters, dunque, è quella di Aziz (impersonato da Tansu Biçer) e Derya (Özgü Namal), che vivono ad Ankara, insieme alla loro figlia adolescente Ezgi (Leyla Smyrna Cabas). Lui è scrittore, insegnante e drammaturgo, lei è una rinomata attrice, la loro vita procede senza particolari intoppi, arricchita ogni volta da interessanti progetti e opportunità, e tutto sembra andare per il meglio. Almeno fino a quando, al termine della prima del nuovo spettacolo di Aziz, Derya non rifiuta di farsi scattare una foto insieme a un importante personaggio politico, il quale, a sua volta, dopo tale episodio, li prenderà decisamente di mira insieme a tutto l’apparato statale, costringendoli a cambiare radicalmente le loro vite.
Siamo d’accordo: quando pensiamo alla disgregazione della famiglia altoborghese a seguito di episodi che, almeno all’inizio, sembrano non avere particolare rilevanza, è impossibile non pensare al cinema di Michael Haneke, con tanto di tagliente e spietata analisi della società e del mondo in cui viviamo. Eppure, in questo caso, sebbene da una prima, sommaria lettura della sinossi possiamo facilmente pensare a una situazione del genere, ci troviamo di fronte a una situazione completamente diversa. Ciò che İlker Çatak ha voluto mettere in scena con questo suo Yellow Letters, infatti, è innanzitutto un crudo e inquietante ritratto di una nazione in cui l’essere umano non viene quasi più considerato in quanto tale, in cui un governo senza scrupoli è in grado di rovinare vite di intere famiglie, in cui la libertà di cui tutti noi abbiamo sempre disperatamente bisogno sembra, ormai, soltanto un lontano ricordo. Ma cosa comporterebbe mettersi contro un sistema del genere per affermare finalmente i propri diritti?
Aziz e Derya cercano, a modo loro, di ricominciare da capo, di ricostruire le loro vite e le loro carriere ormai compromesse. Mentre, una volta trasferitisi a Istanbul dalla madre di lui, Aziz cerca di guadagnarsi da vivere tramite lavori di ogni genere, anche Derya, dal canto suo, cerca in ogni modo di raggiungere, finalmente, una propria indipendenza economica. Ma cosa significherà per loro cambiare totalmente il loro modo di vivere e i loro obiettivi?
Yellow Letters, dunque, si distingue immediatamente per la sua messa in scena sì estremamente realista, ma che, soprattutto per quanto riguarda determinate scelte stilistiche (vedi, su tutte, una colonna sonora, a dir la verità, a volte un po’ troppo “enfatizzante”), strizza chiaramente l’occhio anche a un cinema più occidentale, trovando, nel complesso, un proprio, dignitosissimo linguaggio. İlker Çatak, dunque, ci ha regalato una pellicola indubbiamente accattivante, che non ha paura di attaccare un sistema che va avanti da ormai tanto, troppo tempo, e il cui messaggio ci arriva, al termine della visione, forte e chiaro.
Marina Pavido









