Brucianti segreti
La Berlinale, si sa, ha al proprio interno, oltre al prestigioso concorso, anche numerose altre sezioni collaterali, ognuna con le proprie linee guida, ognuna atta a focalizzarsi su determinati approcci registici o comunque su specifici pattern. Ma se, da un lato, è un peccato che il festival duri solo dieci giorni, rendendo praticamente impossibile poter visionare tutto ciò che esso ha da offrire, dall’altro è sempre piacevole scovare determinate chicche o scoprire nuovi autori particolarmente promettenti. Questo, ad esempio, è stato il caso di 17, primo lungometraggio diretto dalla regista macedone Kosara Mitic, presentato alla 76esima edizione del Festival di Berlino all’interno della sezione Perspectives, dedicata, appunto a opere prime particolarmente degne di nota provenienti da tutto il mondo.
17 mette in scena con estrema crudezza e lucidità la storia della diciassettenne Sara (impersonata da un’intensa Eva Kostic), che vive, appunto, nella Macedonia del Nord insieme alla sua famiglia e che frequenta il liceo. Un giorno, la ragazza subisce una violenza da parte di due suoi compagni di classe, ma decide di non parlare a nessuno di quanto accaduto. Ella, però, a seguito di ciò, custodisce un segreto, se vogliamo, ancora più grande. Le cose, tuttavia, cambieranno nel momento in cui, durante una gita scolastica in Grecia, la sua migliore amica Lina (Martina Danilovska) subirà la stessa cosa che ha dovuto subire lei mesi addietro. Sarà solo a questo punto, dunque, che la giovane deciderà finalmente di mettere fine a tali comportamenti tossici. Ma quale sarà il prezzo da pagare?
Frutto di una coproduzione tra Macedonia del Nord, Serbia e Slovenia e ispirato a fatti realmente accaduti, 17 ci colpisce fin dai primissimi minuti per il suo modo diretto e impietoso di mostrarci i fatti. È proprio nella prima scena, infatti, che assistiamo al momento in cui Sara subisce la suddetta violenza, mentre la macchina da presa si concentra sul suo volto e su quello dei suoi due compagni di classe. Da quel momento in avanti, una forte, fortissima tensione di fondo, insieme alla sensazione che qualcosa di sconvolgente potrebbe accadere da un momento all’altro, non ci abbandona praticamente mai. E con un riuscito crescendo di tensione vediamo come la giovane regista sappia davvero il fatto suo, senza paura di andare a fondo in questa storia da lei messa in scena o di inferirci potenti scossoni emotivi.
La macchina da presa, costantemente e rigorosamente a mano, si concentra principalmente su primi e primissimi piani della protagonista, spesso lasciandoci soltanto intuire ciò che nel frattempo accade intorno a lei. Ma se tale (estrema) scelta può rivelarsi da un lato un’ottima soluzione per rendere quella forte tensione ancora più potente (e qui il fuori campo gioca un ruolo fondamentale), dall’altro può trasmetterci, soprattutto all’inizio, un effetto eccessivamente straniante, un forte senso di spaesamento che al primo impatto può lasciarci alquanto disorientati. Ed ecco che proprio in questa scelta possiamo intuire una certa inesperienza della regista stessa dietro la macchina da presa che può portarla, appunto, a soluzioni visivamente “estreme” volendo fare a tutti i costi la differenza. Ma sta bene. In fondo, tale approccio si è rivelato, al contempo, anche piuttosto coraggioso, rivelando comunque un talento che in futuro potrebbe regalarci numerose altre belle sorprese. E una buona dose di coraggio, come sappiamo, è già di per sé qualcosa di molto promettente.
Marina Pavido









