Ziva Postec, la monteuse derrière le film Shoah

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8.0 Awesome
  • voto 8

Memorie di una montatrice

Una pluripremiata regista di documentari, la canadese Catherine Hébert, dedica un film alla figura di una montatrice di origine ebraica, Ziva Postec. Le premesse sarebbero già interessanti così, ma viene spontaneo chiedersi il motivo dell’urgenza che ha dettato la realizzazione di questo film. Istanza contenuta nel titolo completo: Ziva Postec, la monteuse derrière le film Shoah. L’ottantenne protagonista è stata infatti la montatrice del documentario Shoah (1985) di Claude Lanzmann, il più completo ed esaustivo lungometraggio dedicato all’Olocausto mai girato. I contorni della motivazione a monte della scelta della Hébert vanno dunque focalizzandosi. Il suo film – presentato nell’ambito della diciottesima edizione delle Giornate del Cinema Quebbecchese in Italia – non è semplicemente il racconto di una vicenda esistenziale. Ma la storia di un sacrificio, compiuto in nome della Verità. Di quella esigenza insopprimibile di (ri)portare alla luce e mantenere vive pagine di Storia che la fallace memoria umana tende a dimenticare. Talvolta tanto scientemente quanto vergognosamente.
Ziva Postec è un’eroina in senso molto speciale. Dal documentario emerge una storia di sofferenza – Ziva perse il marito Robert, morto annegato, mentre lei attendeva la sua unica figlia, ad appena ventiquattro anni di età – ma soprattutto di passione per il Cinema, non inteso come spettacolare meccanismo di intrattenimento bensì come strumento filosofico di conoscenza e approfondimento. Perché il montaggio non solo può raccontare molto altro rispetto alla ripresa sul set, ma davvero è in grado di svelare nuovi significati semplicemente soffermandosi su determinati particolari. A proposito di Shoah il tocco cinematografico è tutto merito del montaggio di Ziva Postec, capace di rendere vive le emozioni dei testimoni di uno dei più grandi buchi neri della storia umana. Mentre il regista Lanzmann, proveniente dal giornalismo, effettuava riprese secondo la sua deontologia professionale, quanto più possibile neutra ed obiettiva.
Inevitabilmente, quindi, l’intera esistenza di Ziva Postec va ad intrecciarsi con un’opera quintessenziale come Shoah, autentico spartiacque di vita per la donna. La quale ha sacrificato, nel senso più ampio possibile del verbo, ben sei anni di vita, comprese le necessarie attenzioni alla figlia all’epoca adolescente, alla lavorazione di Shoah, con una mole di materiale inusitata da dover selezionare e montare. Appare allora chiaro come Ziva Postec, la monteuse derrière le film Shoah sia anche un’opera sul concetto di eroismo. Poiché, certamente, sono da considerare eroi coloro che salvano vite umane oppure dedicano la loro intera esistenza al supporto degli altri; ma anche chi fa in modo di divulgare verità storiche inconfessabili ha pieno diritto di appartenenza a tale status. Per Ziva Postec contribuire in modo determinante alla genesi di un documento visivo eccezionale come Shoah è stato il compimento ultimo di una missione impossibile. Da quel momento l’approdo ad una nuova dimensione artistica che l’ha condotta, oltre al ritorno in Israele dalla Francia, a dirigere in prima persona opere a carattere documentaristico nonché ad affrontare la quotidianità in modo differente, come lei stessa confessa nei numerosi interventi diretti che caratterizzano il film della Hébert. Un’opera imprescindibile proprio per la sua costruzione “a scatole cinesi”, in cui la Settima Arte s’incarica di svelare i segreti più reconditi dell’interpretare il Cinema non come un lavoro al pari di tanti altri ma un motivo specifico per attestare il proprio esistere in un posto caotico come il mondo.
L’ordinaria fascinazione di una storia appartenente ad una persona normale, che via via assume i contorni della straordinarietà. Un esempio di vita, quello di Ziva Postec, dal quale può nascere una spinta irrefrenabile ad agire, non essendo importante con quali mezzi o per quale causa. Il fattore quintessenziale è farlo, in nome di un senso etico che non deve andare perduto a nessun costo. Ulteriore messaggio veicolato da un importante, pregevole, documentario capace di raccontare e persuadere senza ricorrere ad altro che non allo storytelling di un’esistenza che è essa stessa grande cinema.

Daniele De Angelis

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