Zigulì

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9.0 Awesome
  • VOTO 9

Quanto amore c’è

Con il documentario Zigulì di Francesco Lagi, presentato in anteprima mondiale alla quinta edizione di Visioni dal Mondo, arriva alla fine il percorso iniziato nel 2013 con la pubblicazione di “Zigulì. La mia vita dolceamara con un figlio disabile”, proseguito con lo spettacolo teatrale omonimo targato Teatrodilina, interpretato da Francesco Colella e diretto sempre dal regista toscano, il cammino di una storia che nella realtà avrà ancora moltissimi capitoli da scrivere. Quelli di ieri nel frattempo sono andati a imprimersi sulle pagine di un libro, hanno animato le tavole di un palcoscenico e sono approdati ora sul grande schermo.
Con modi, fruizioni e linguaggi diversi, dunque, l’Arte ha aperto delle finestre, destinate però a restare nel tempo, su esistenze unite da un legame indissolubile che anche nel film si traduce in un racconto di un’esperienza estrema di paternità. Il rapporto denso e accidentato fra un padre, Massimiliano Verga, e un figlio disabile di nome Moreno, non vedente e affetto da una grave forma di autismo che lo isola quasi totalmente dal mondo circostante, diventa la base di un diario composto da immagini e parole. Un diario che parla della possibilità e della capacità di queste due persone di contaminarsi l’uno con l’altro. È un racconto fatto di spunti e di frammenti, di cocci e di slanci emotivi. Il padre e il figlio sono due sconosciuti che qualcuno o qualcosa ha costretto a conoscersi. C’è la fragilità di un padre di fronte alla disabilità del figlio. Ci sono la paura e il desiderio della morte. Il bisogno intimo di sparire. La pallina dolce di una caramella e l’amaro di una lingua che lecca per terra. E poi le testate, le spinte, i morsi, i graffi tra gli abbracci e le esplosioni di risate. E, qualche volta, i baci. Perché in questa storia, che è soprattutto una storia d’amore, tutto accade disordinatamente, senza nessun galateo sentimentale.
Di storie come queste nella Settima Arte se ne sono raccontate tante (da Le chiavi di casa al più recente Tutto il mio folle amore), ma raramente i film partoriti hanno saputo scavare così a fondo da arrivare a toccarne le viscere, scavando ben al di sotto della superficie dei temi affrontati come la disabilità e il rapporto genitore-figlio. La stessa capacità che, rimanendo nel recinto del cinema del reale, è appartenuto a opere come Un silenzio particolare, Marche ou crève o Be Kind. In tal senso, Zigulì riesce ad andare ancora oltre sino a sfiorare le corde del cuore quel tanto che basta a farle vibrare. Non ha bisogno di spettacolarizzare il dolore, la sofferenza e le difficoltà altrui per fare scaturire emozioni, perché è il racconto stesso a mostrarsi privo di veli allo spettatore come un arcobaleno cangiante di stati d’animo e riflessioni. Quest’ultime restituite sullo schermo con profonda umiltà e verità, zero malizia o strategie per sedurre il fruitore. Non si autocensura, ma mostra e racconta tutto ciò che c’è da raccontare e da mostrare, comprese quelle dinamiche meno gradevoli alla vista. Modus operandi reso possibile dalla modalità produttiva in tutto e per tutto indipendente, che ha dato all’autore una libertà di movimento ed espressione determinante ai fini del progetto. Un progetto in cui la condicio sine qua non era proprio quella di non mentire mai a se stessi e a chi guarda dall’altra parte dello schermo.
Lo fa trovando di volta in volta la giusta distanza da cui raccontare una storia che è fatta di intimità, rabbia e ironia. Avvicinandosi e allontanandosi, la videocamera di Lagi riesce a diventare invisibile come un testimone che silenziosamente annota, cattura e riporta ciò che ha visto e ascoltato. Il regista entra sempre in punta di piedi nella quotidianità di una famiglia, mai violando spazi e situazioni come un corpo estraneo può suo malgrado arrivare a fare. Al contrario, ne diventa parte integrante come un diario intimo scritto con grande dolcezza e leggerezza, in cui è lo stesso Massimiliano a raccontare, a raccontarsi e a riflettere a voce alta sul passato, il presente e un futuro che spaventa.

Francesco Del Grosso

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