Youth – La giovinezza

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8.0 Awesome
  • voto 8,5

De brevitate vitae

Non abbiamo poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto.
Seneca

Quasi a rieditare quanto narrato ne Le conseguenze dell’amore, la Svizzera torna a essere per Paolo Sorrentino un Purgatorio, un temporaneo esilio, un luogo dell’immaginario adibito a trovare toni falsamente rassicuranti per le nostre più radicate inquietudini. Del resto vi è una nota disturbante, che affiora dalle stesse tracce che la piccola nazione alpina ha lasciato, direttamente o indirettamente, nella storia del cinema. Basti pensare alla celebre frase pronunciata da Harry Lime, cinico personaggio reso immortale da Orson Welles ne Il terzo uomo: “In Italia, sotto i Borgia, per trent’anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù.” Sono parole che nell’approccio a Youth – La giovinezza possono tornare in mente proprio durante la scena di raccordo, apparentemente tra le più innocue, in cui un pensieroso Michael Caine si diverte a ispezionare gli orologi a cucù appesi alle pareti di un negozio. Tempus fugit. E di tempo sembra esserne trascorso parecchio, anche per Sorrentino. Dalla realizzazione de Le conseguenze dell’amore è passato circa un decennio, il che si riflette sullo schermo in una poetica che, pur mantenendo ferme certe ossessioni autoriali, ha assunto film dopo film una connotazione sempre più barocca, andando ad implementare il carico già ragguardevole di suggestioni stilistiche e narrative. Con una certa consequenzialità ne deriva che la visione di Youth – La giovinezza acquisti, nel bene e nel male, un gusto quasi antologico.

Un lussuoso eremo nella Repubblica Elvetica, come accennavamo in apertura, è il palcoscenico di questo racconto cinematografico profondamente segnato dall’inquietudine, dall’ansia di vivere. Montagne svizzere sullo sfondo, quindi, ma l’impressione è più che altro quella di trovarsi sulle “montagne russe”. Nel senso che all’interno della sua schizofrenica impalcatura Youth – La giovinezza finisce per sommare picchi altissimi e vertiginosi crolli, riuscendo comunque a tenere sempre viva l’attenzione dello spettatore, trascinato in quel mood fondamentalmente contemplativo, malinconico, al quale la ficcante ironia di alcuni dialoghi restituisce poi una giusta dimensione umoristica.

La senilità del personaggio interpretato con classe immensa da Michael Caine è ovviamente il perno, attorno al quale ruotano molte altre figure, emblematiche microstorie, tracce di vita filmica da cui scaturiscono siparietti pregni di iperrealismo. Già dal trailer e dalle prime immagini apparse in giro, le stesse sembianze di Michael Caine invecchiato avevano prodotto sul web qualche salace battuta, dovuta alla curiosa somiglianza tra l’attuale look del grande attore britannico e quello di Toni Servillo. Ci può anche stare. Ma più che soffermarci sul dato esteriore, a noi interessa sondare le particolari affinità elettive che accomunano il direttore d’orchestra in ritiro Fred Ballinger, interpretato da Michael Caine, ad altri protagonisti maschili del cinema di Sorrentino. Questa nuova flemmatica “incarnazione” può essere ricondotta in qualche modo al Titta Di Girolamo de Le conseguenze dell’amore e ancor più al Jep Gambardella de La grande bellezza. Con caparbietà Sorrentino continua ad affrescare personaggi maschili saturnini, in cui la distanza tra presente e passato si satura di rimpianti, tenui malinconie, senso di inadeguatezza, difficoltà a riconoscere i rapporti umani realmente importanti, separandoli così dalle presenze più accessorie ed effimere. Nel suo “scolpire il tempo” il cineasta ricorre senza dubbio a formule pop(olari) di forte impatto visuale, anche se qui molto più che altrove si fanno strada quegli accenni di manierismo, la cui contestualizzazione pone qualche imbarazzo: difatti, laddove Sorrentino nell’impostare una sequenza cerca esplicitamente il “pezzo di bravura”, la resa è a volte molto inferiore (se non addirittura un po’ kitsch) rispetto a quanto mostrato, per esempio, ne La grande bellezza. Il paesaggio svizzero è foriero in tal senso di qualche abbaglio. La coreografica presenza delle mucche che ispira al direttore d’orchestra (e al suo demiurgo registico) un estemporaneo divertissement musicale rientra a nostro avviso tra i passaggi a vuoto; mentre l’involucro stropicciato di una caramella Rossana era riuscito, poco prima, a lanciare un analogo giochino di montaggio molto più creativo e armonico, nella sua geometricità. Sta di fatto che, specie se confrontata con quella più voluttuosa ed ariosa de La grande bellezza, la regia di Youth – La giovinezza convince di più quando cessa di essere pretenziosa, trovando soluzioni folgoranti e originali per scavare nell’intimità dei personaggi. Ciò accade spesso, volendo, quando è di scena l’altro grande personaggio del racconto, impersonato da un trasognato Harvey Keitel che suscita emozioni diverse a ogni inquadratura, lasciandovi il segno; accade pertanto che la sua figura di cineasta al tramonto catalizzi molte delle tensioni filosofiche ed emotive presenti nell’opera. Non è un caso che la semplice ma geniale ripresa dall’alto che ritrae anche lui tra le facce dello scombinato team di giovani sceneggiatori, distesi uno accanto all’altro e impegnati a riflettere sul possibile finale del lungometraggio che vorrebbero girare, corrisponda a una delle scene in assoluto più intense; nonché a quella la cui asciutta morale pare poi irradiarsi ben più lontano, fino a coinvolgere la sofferta storia privata del personaggio di Michael Caine e persino qualche altro sub-plot, di questo film-contenitore in cui esistenze che si suppongono al tramonto o in una sorta di limbo esistenziale, cercano ragioni per (soprav)vivere.

Se l’appeal narrativo ed estetico di Youth – La giovinezza procede un po’ a corrente alternata, non mancano però quelle sporadiche intuizioni che a livello visivo e nei dialoghi confermano le particolari attitudini del talentuoso cineasta. Peraltro è ormai possibile verificare le simmetrie a lui care, tanto all’interno della stessa opera che allargando il raggio del discorso fino a comprenderne l’intera filmografia. Riguardo alla costante tensione dialettica tra la densità materica così pronunciata dell’inquadratura e il peso della componente verbale, accentuato poi da certe divagazioni metafisiche (ne La grande bellezza il ruolo esercitato dalla santa decrepita, qui e con minor brillantezza la levitazione del monaco buddista), la macchina-cinema presenta sempre nelle mani di Sorrentino qualche positiva sorpresa, pure quando non risulta perfettamente oliata.
Nel caso specifico è la caleidoscopica rappresentazione dei corpi, altro tema caro all’autore, una delle più interessanti chiavi di lettura. Complice la location, un elegante albergo tra le Alpi dotato di comfort e servizi d’ogni genere, il regista si compiace di accompagnarli, scrutarli e immortalarli con una curiosità al limite del morboso, dando però l’impressione di trovare infine nel corpo di ognuno, anche il più sgraziato, un’innocenza di fondo, una necessità irrinunciabile. Cinematograficamente parlando l’intuizione più bella resta il dettaglio del volto di Jane Fonda (altra presenza importante, da cui prende vita un dialogo memorabile con Harvey Keitel), che si specchia sulla tagliente posata presa in prestito nella hall dell’albergo. Eppure, per il discorso che abbiamo testé affrontato, l’epifania davvero folgorante è quella di un Maradona goffo, obeso, claudicante (interpretato dall’attore argentino Roly Serrano con un gigantesco tatuaggio di Marx sulla schiena, che allude a quello di Che Guevara realmente esibito dal Pibe de Oro sul braccio), cui si rende omaggio con quel ritratto caricaturale, grottesco, al quale non rimane estranea una certa magia: la stessa della pallina da tennis resa protagonista di un iperbolico palleggio, alla faccia del fisico sfatto.

Un’ultima noticina: suggestioni felliniane nel cinema di Sorrentino? Continuano a esserci, ovvio, ma non sono l’unico ingrediente dell’effervescente ricetta. In ogni caso, memori soprattutto della scena allucinatoria e para-felliniana in cui Harvey Keitel si ritrova circondato dalle fascinose interpreti dei suoi vecchi film, un (neanche troppo) criptico segno di benvenuto, rivolto a chi si concentra principalmente su tale accostamento, è venuto spontaneo anche a noi; ed è il voto dato nella recensione a Youth – La giovinezza, ovvero 8½!

Stefano Coccia

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