Yomeddine

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7.0 Awesome
  • voto 7

La peste e la bestia

C’è sicuramente qualche pennellata di retorica di troppo e a buon mercato in prossimità del giro di boa e anche nell’epilogo, ma il mix di emozioni che Yomeddine riesce a regalare alla platea di turno è di quelli che lasciano il segno. Lo hanno confermato gli occhi lucidi, compresi i nostri, al termine della proiezione al 29° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina, laddove l’opera prima di Abu Bakr Shawky è approdata dopo un fortuna percorso festivaliero iniziato nella competizione ufficiale di Cannes 2018.
La pellicola racconta la storia di Beshay, un quarantenne che non è mai uscito dal lebbrosario nel deserto egiziano dove la famiglia l’ha abbandonato da bambino. Dopo la scomparsa di sua moglie, decide per la prima volta di partire alla ricerca delle sue origini. Prende sotto la sua protezione un orfanello e insieme vanno alla ricerca di una famiglia.
Il risultato è un un viaggio iniziatico vestito da road movie in un Egitto profondo, che con tono leggero ci parla di miseria, tabù religiosi ed esclusione. Temi universali che Shawky affronta con il registro della favola, attraverso una miscela di dramma, avventura, buoni sentimenti, location inedite e anche con quelle pennellate di morale di cui sopra che indeboliscono a fasi alterne lo script.
Ciononostante Yomeddine sa come regalare sorrisi e inumidire le guance, ma per farlo non ha bisogno di ricorre a furbi escamotage. Tutto è alla luce del sole e genuino, esattamente come le interpretazioni dei due protagonisti, nelle cui interazioni e duetti si intravede, con le dedite distanze del caso, un omaggio del cineasta egiziano al The Kid chapliniano ma anche al Neorealismo, in particolare a Ladri di biciclette. Sono proprio i momenti che vedono impegnati Beshay e il piccolo Obama a veicolare sullo schermo le emozioni più forti, quelle che consentono al film di attaccarsi alle corde cuore dello spettatore durante e dopo la visione. Tutto ruota intorno a loro e con loro prende forma e sostanza in una scrittura fatta in punta di penna e in una messa in quadro efficace nella sua essenzialità estetica.

Francesco Del Grosso

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