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Yaar

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VOTO: 7.5

Nelle viscere della terra

Nato a Kostenets in Bulgaria nel 1986, adottato da una coppia di bretoni quando era ancora piccolo, Simon Gillard conserva, per le proprie radici comuniste, una certa predisposizione genetica alla lotta contro l’establishment sociale che lo ha da sempre messo in una posizione di netto contrasto con i valori conservatori della famiglia adottiva. Ciò deve averlo convinto a lasciare, ancora adolescente, il focolaio domestico che lo aveva accolto per unirsi al Fronte di Liberazione Bretone, per poi iscriversi all’Institut National Supérieur des Arts du Spectacle di Bruxelles una volta scoperta una forte e viscerale vocazione per il cinema.
Di conseguenza, il suo modo di fare e concepire la Settima Arte non può che essere il riflesso del pensiero che ha deciso di appoggiare e delle scelte che ha fatto sino a questo momento. Il risultato più evidente è una profonda ribellione, la stessa che ritroviamo nei suoi film, a cominciare dalla prima prova dietro la macchina da presa dal titolo Anima, cortometraggio che è valso al regista di origini bulgare degli importanti riconoscimenti a livello internazionali nel 2013. Con lo short d’esordio, Gillard conduceva per mano lo spettatore di turno all’interno della quotidianità di un piccolo villaggio dell’Africa Occidentale, popolato da una comunità impegnata a conservare intatte le proprie tradizioni e a resistere orgogliosamente e con coraggio alle innumerevoli tentazioni provenienti dall’esterno (la tecnologia, il consumismo sfrenato, le comodità che ne derivano).
Moltissimi di questi aspetti, compresa l’ostinata e arcigna battaglia contro qualcuno o qualcosa che non si paleserà mai sullo schermo, si possono rintracciare anche nel lavoro successivo, Yaar, vincitore del Grand Prix al Bruxelles Short Film Festival 2015 e presentato in concorso alla 34esima edizione del Bergamo Film Meeting nella sezione “Visti da vicino“. Nella sua seconda performance sulla breve distanza, ambientata anch’essa in un lembo del Continente africano, Gillard rivolge l’occhio della macchina da presa verso una comunità testarda che vive nel cuore del bush del Burkina Faso, cercando di costruire il proprio futuro sottoterra, scavando nella profondità delle rocce. Accecati o forse visionari, questi cercatori scavano notte e giorno, spinti da una follia che è principio di autodistruzione. Il plot ruota in tutto e per tutto intorno a questa scissione, che il regista mette in quadro passando attraverso la pura osservazione della vita del villaggio e la mancanza assoluta di interazione con quanto si palesa davanti all’obiettivo. Tocca poi alla fase di riscrittura, ossia quella del montaggio, tracciare in maniera ancora più netta la linea di confine che separa  il reale (il lavoro nei cantieri per la costruzione di un città sotterranea) dalla visione allucinogena e folle della realtà stessa (l’uso di droghe naturali). Il passare delle ore che ci portano dal giorno alla notte, vissute dentro e fuori dai cunicoli scavati nella roccia e nel fango, è la linea di demarcazione che, una volta oltrepassata, innesca il processo di alterazione della realtà. Sullo schermo iniziano a scorrere immagini sempre più mostruose, frutto di una mutazione estetico-formale della regia che trasforma il reale il sovrannaturale, la pace in orrore, la tranquillità di un villaggio in una cloaca di disperati coinvolti in un incubo ad occhi aperti. Le immagini diventano sempre più potenti e oscure. Il tutto appare via via sempre più inquietante, claustrale quasi quanto le atmosfere soffocanti e irrespirabili delle miniere mostrate da Michael Glawogger in uno dei capitoli di Workingman’s Death o da Zhao Liang in Behemoth.
Il filo rosso che unisce le due opere è dunque fin troppo evidente, quanto basta per rendere palpabili i legami drammaturgici ed estetici che le pervadono. Ne scaturisce una continuità nei temi e negli stilemi che consente di fatto al cineasta di proseguire un discorso personale e un percorso artistico chiaro e ben delineato.

Francesco Del Grosso

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