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Wolf Manor

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VOTO: 7.5

Homo hominis lupus

Si tratta di un’espressione latina che si può tradurre letteralmente in: “L’uomo è un lupo per l’uomo” e che ha trovato impiego soprattutto in ambito filosofico. Possiamo intenderla come una riflessione piuttosto pessimistica circa la natura profonda dell’uomo. Il regista Dominic Brunt, già autore di horror come Bait del 2014, deve averci riflettuto molto prima di farne, con l’aiuto degli sceneggiatori Joel Ferrari e Peter Wild, la base dal quale partire per realizzare questo Wolf Manor, presentato in concorso nella sezione Neon del Trieste Science+Fiction Festival 2022. Ci sono fondamentalmente due livelli in questo film. Il primo e più ovvio è quello della dimensione da film horror. In questa dimensione la pellicola risulta un po’ accademica. Nel dipanare la trama della piccola produzione impegnata a realizzare un film di vampiri a basso costo in una villa sperduta nella campagna inglese, il copione si attiene al classico racconto di lupi mannari. A questo livello il film, invero, può apparire un poco piatto e senza particolare ispirazione. Un piccolo film conservatore che replica stilemi del passato senza particolare ispirazione. Molto più interessante risulta essere il livello che parte e si sviluppa dall’elemento meta-cinematografico. Nel mettere in scena la macabra vicenda del gruppo di persone alle prese con un mostro feroce in luogo isolato, il regista ed il suo gruppo paiono, in realtà, intenzionati a parlarci di ciò che succede dietro le quinte del mondo del cinema. Un mondo molto lontano dai lustrini e dallo splendore che può trasparire dagli eventi mondani e dai rotocalchi. La piccola troupe diventa così una sineddoche di un mondo assai spietato, nel quale c’è poco posto per l’umanità, intesa come insieme di valori. Volendo provare ad allargare lo sguardo, anche correndo il rischio dell’iper-interpretazione, potremmo arrivare a dire che Brunt voglia mettere in scena una salace critica sociale. In questo senso il film assume una dimensione molto maggiore rispetto a quella strettamente legata al genere horror. In questa chiave diventa un ulteriore punto di forza il black humour che punteggia tutta la pellicola. Horror anomalo, che strappa risate piuttosto che brividi di paura, questo Wolf Manor si configura come un interessante tentativo di redigere un pamphlet sociale sotto le sembianze della pellicola di genere. Il che va sicuramente a merito della grande tradizione di scrittura di personaggi e situazioni che gli inglesi possono vantare. Merita una menzione d’onore James Fleet, il quale riesce davvero bene a dare corpo al vecchio attore in disarmo, che vive soprattutto di ricordi ed alcool. Morgan Reese-Davies, invece, nel ruolo del lupo mannaro si unisce onorevolmente alla schiera dei solidi caratteristi inglesi del genere. Insomma, ci si aspetta un recupero del vecchio horror inglese di marca Hammer e ci si ritrova con una riflessione sulle dinamiche tra essere umani che, a dispetto di tanti discorsi edificanti, si rivelano poi essere una massa di bestie feroci ed ottuse.

Luca Bovio

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