William Hurt, divo per caso

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Un intellettuale a Hollywood

Banale prendersela con la spietatezza del tempo che passa, o con il destino cinico e baro. Però è un dato di fatto che la scomparsa di William Hurt, a poco più di settant’anni di età, lascia nei cinefili un senso di amara sorpresa e sgomento profondo. Probabilmente accresciuto dall’impossibilità di scindere del tutto la figura di artista da quella umana, immagini che spesso si sono sovrapposte in un gioco di rimandi con pochissimi eguali nella lunga storia della Settima Arte.
William Hurt è stato un attore straordinario anche perché dava la concreta impressione di vivere con inaudita intensità quasi tutti i ruoli che interpretava. Spesso quelli di personalità complesse spinte ai limiti della patologia, figli di tormenti interiori di spessore inimmaginabile. Non a caso il riconoscimento più ambito, quel premio Oscar che avrebbe invero meritato a più riprese, arrivò con Il bacio della donna ragno (Kiss of the Spider Woman, 1985) di Hector Babenco, dove Hurt interpretava, con ammirevole understatement, il ruolo di un omosessuale compagno di cella di un prigioniero politico durante la dittatura militare argentina degli anni settanta. Il punto più alto della carriera di un interprete capace di contrassegnare, a suo modo, la variegata, inimitabile, decade cinematografica degli anni ottanta.
E proprio nel 1980 lo straordinario talento di Wiliam Hurt si rivela impetuosamente con Stati di allucinazione (Altered States) del visionario Ken Russell. Nella figura dello scienziato proteso a superare, novello Ulisse, tutti i limiti imposti dall’etica al fine di raggiungere l’autentica essenza, non esattamente positiva, della natura umana, è possibile già riscontrare una sorta di summa della carriera artistica di William Hurt, sovente votato alla sopraffina cerebralità di personaggi combattuti tra scelte difficili da compiere. Un ruolo, insomma, per il quale William Hurt si mette, non solo metaforicamente, a nudo. Una carica sessuale nemmeno troppo latente che non sfugge a Lawrence Kasdan, amico nonché regista e sceneggiatore di assoluto rilievo a Hollywood e dintorni, che ne plasma i contorni da sex symbol nell’indimenticabile neo-noir Brivido caldo (Body Heat, 1981), citazionista eppure intriso di sensuale modernità. E un binomio interpretativo, quello con Kathleen Turner, in grado di creare un immaginario erotico tuttora resistente all’usura del tempo.
Se ogni attore ha avuto un proprio regista di riferimento per William Hurt non può che essere proprio Kasdan, che lo impiega in molteplici pellicole creandone un’immagine assolutamente iconica. Nel corale Il grande freddo (The Big Chill, 1983), lungometraggio di culto generazionale al pari di pochissimi altri, Kasdan gli ritaglia su misura la parte di un reduce dal Vietnam con problemi di droga e sessualità. Un ruolo che da solo varrebbe già un’intera carriera, visto il successo epocale del film. Ancora un pregnante dramma esistenziale segna il successivo passo della coppia Hurt/Kasdan: Turista per caso (The Accidental Tourist, 1988) è una parabola di grande profondità sui casi della vita e le sorprese, tragiche e salvifiche, che essa può riservare. Nel film, bellissimo, Hurt ritrova Kathleen Turner, ma il massimo alloro – che tutto il cast avrebbe meritato – va appannaggio di Geena Davis come attrice non protagonista.
Se già nell’ottimo Dentro la notizia (Broadcast News, 1987) il regista e sceneggiatore James L. Brooks faceva muovere Hurt su un registro più leggero, è sempre Kasdan che ne valorizza la statura comica nell’esilarante Ti amerò… fino ad ammazzarti (I Love You to Death, 1990), da un fatto di cronaca l’incredibile storia di un tentato omicidio in ambito famigliare che si trasforma in farsa, dove Hurt interpreta da fuoriclasse la parte di un killer prezzolato occasionale, strafatto di droga. Quasi una parodia di molti suoi ruoli precedenti.
Gli anni ottanta tramontano e con essi diminuiscono i ruoli da protagonista assoluto per William Hurt, che si ritaglia parti secondarie comunque incisive nonché estremamente indicative del proprio talento. Lavora con registi del calibro di Woody Allen (Alice, 1990) e Wim Wenders (Fino alla fine del mondo, 1991). Più di recente lo si ricorda per apparizioni fulminanti in lungometraggi quali The Village (2004) di M. Night Shyamalan e A History of Violence (2005) di David Cronenberg, opera di culto – come del resto tutte quelle dirette dal maestro canadese – che gli vale la sua quarta ed ultima nomination all’Oscar come non protagonista.
Se è sempre operazione estremamente difficile riassumere in poche righe un’intera carriera, nel caso di William Hurt lo è in misura ancora maggiore. Poiché Hurt è stato prima di tutto un essere umano capace di trasferire i propri limiti e le proprie debolezze anche al di là dello schermo, rendendone il pubblico partecipe. Non molti attori, anzi quasi nessuno, hanno avuto la medesima capacità di catturare l’empatia spettatoriale. Un intellettuale di ottima cultura che ha affrontato le insidie dello star system con estremo disincanto, anche pagandone un prezzo ove necessario. Un “antidivo” che, lo sappiamo sin da ora, ci mancherà molto; perché erano proprio le sue imperfezioni a renderlo vicino a noi, uno dei tanti in questi tempi oscuri.

Daniele De Angelis

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