Wiener-Dog

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8.0 Awesome
  • voto 8

Ballata triste per cane bassotto

Tutto cambia ma tutto ritorna, nel cinema di Todd Solondz. Autore prima venerato da tribù ossequianti di cinefili e conteso dai festival (anche italiani, come la Mostra del Cinema di Venezia targata Marco Müller), poi finito ingiustamente nel dimenticatoio, anche da parte delle case di distribuzione nostrane. Forse perché lo sguardo cinematografico dell’autore originario del New Jersey è passato da una critica “attiva” delle ipocrisie insite nella società statunitense ad una sorta di quieta contemplazione di mali impossibili da estirpare. E questo graduale slittamento di poetica è evidente soprattutto nelle sue due ultime opere: Dark Horse (2011) e, appunto, questo Wiener-Dog di cui ci accingiamo ad affrontare le tematiche.
La radicalità dell’operazione, come si evince dal titolo, sta nell’immedesimazione con lo sguardo canino. Probabilmente l’unica prospettiva ormai possibile per osservare – come sempre senza far filtrare giudizi aprioristici – la consueta umanità più o meno alla deriva. Tante storie che finiscono per comporne una sola. Un affresco permeato di amarezza e disillusione ma anche da quello spirito umanista, sia pur sottilmente decentrato, che ha sempre caratterizzato i film del regista. Esempio estremo la pietas dimostrata neppure troppo tra le righe per il dramma personale e famigliare del personaggio pedofilo presente in Happiness (1998). In Wiener-Dog il protagonista è un cane bassotto di sesso femminile – ribattezzato di volta in volta con nomi fantasiosi e decisamente poco lusinghieri tipo “Diarrea” o “Cancro”, nonché costretto alle situazioni più turpi – autentica chiave di volta, per Solondz, atta a smascherare le contraddizioni di una fauna in perenne bilico sull’orlo di un abisso di cui molti dei personaggi non riescono nemmeno a intravedere la reale profondità. Nel primo segmento papà Tracy Letts – proprio l’autore della sceneggiatura e del testo teatrale alla base del cult Killer Joe (2011) di William Friedkin – regala il bassotto a scopo terapeutico al figlioletto, in convalescenza da una grave forma di tumore. Mentre mamma Julie Delpy educa a modo suo il bambino a proposito dei massimi sistemi. Poco affetto e tanto insano pragmatismo, che deflagra nella sua sconcertante pochezza quando il cane viene colpito da coliche intestinali a seguito di un’alimentazione sbagliata da parte del padroncino. Così la struttura base della famiglia, colonna vertebrale della società a stelle e strisce e non solo, si rivela in tutto il suo bieco cinismo.
Nel secondo torna Dawn Wiener, il personaggio ormai adulto interpretato da Heather Materazzo in Fuga dalla scuola media (1995). Dopo la rinuncia dell’attrice originaria è Greta Gerwig ad impersonare colei che ritrova, a distanza di anni, il suo giovane stupratore Brandon (stavolta interpretato da Kieran Culkin). Dopo aver salvato il cane da un’eutanasia assai poco caritatevole, lei e Brandon vagano insieme per gli States senza una mèta precisa. La rappresentazione di una generazione votata al nulla culminerà nell’unico gesto di autentica generosità di tutto il film. Nel terzo episodio Danny De Vito è uno sceneggiatore frustrato dalle continue attese, a tempo perso insegnante di cinema in un istituto privato dove la superficialità ed il pressappochismo regnano sovrani. Alla fine mediterà vendetta ed il povero bassotto diventerà il suo, sofisticato e terribile, strumento. Metafora esemplare e assai efficace di un mondo occidentale i cui valori sono ormai sotterrati e nel quale è assai più facile che si insinui il germe del terrorismo, interno o esterno. Un’autopsia sociale tanto ineccepibile quanto definitiva. Alla fine, nell’ultimo segmento, l’anziano personaggio interpretato dalla sublime Ellen Burstyn accompagna tutto e tutti verso la fine sisica e simbolica, tra solitudine, indifferenza ed egoismo imperanti. E al bassotto non resterà che essere trasformato in opera d’arte moderna, nel nome di uno scambio strumentale di ruoli che finisce per somigliare molto all’omologazione totale già acutamente raccontata da Solondz nell’imprescindibile Palindromi (2004).
Tutto ritorna, tutto cambia per restare immoto, al tirar delle somme, nel cinema di un autore che andrebbe riconosciuto come uno dei massimi filosofi cinematografici contemporanei e che invece fa comodo accantonare per una mera questione di “tendenza”. Finiremo forse suicidati dalle mode?

Daniele De Angelis

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