Why I’m not on Facebook

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

L’arma di imbecillimento di massa

Per combattere il nemico di turno devi prima di tutto conoscerlo alla perfezione, studiarne attentamente le caratteristiche, le strategie, il pensiero e le sue dinamiche interne. Solo dopo avere raccolto tutta questa mole di informazioni si può procedere all’offensiva, scendendo in prima linea per affrontarlo faccia a faccia sul campo di battaglia. Quello appena illustrato è uno dei cardini della cosiddetta “arte della guerra”, sposato in pieno da Brant Pinvidic per combattere la sua personale battaglia contro Facebook, il suo illustre creatore e lo sterminato esercito di utenti che ne fanno uso e lo difendono dal 28 aprile 2004, data del suo debutto ufficiale in Rete. Le fasi salienti di quella che è a tutti gli effetti l’ennesimo confronto tra Davide e Golia, ma a colpi di post, tag, like e foto di ogni genere, sono raccontate nel documentario Why I’m not on Facebook, presentato in anteprima italiana nella sezione Panorama Internazionale della seconda edizione di Visioni dal Mondo dopo la world premiere al Woodstock Film Festival 2014.
Why I’m not on Facebook è un viaggio di esplorazione di cosa può rappresentare per tutti noi il social network più popolare e diffuso al mondo, del quale abbiamo conosciuto vita, morte e miracoli nello straordinario e folgorante The Social Network di David Fincher. Nel documentario è il regista regista stesso, un giovane imprenditore e creativo di successo, a indagare nei meandri e nei segreti della celebre community. Per farlo sceglie di puntare sullo humour, lanciandosi senza paracadute in una vera e propria odissea nel cyber spazio. La ricerca inizia dal proprio ambiente domestico, per poi spaziare sui campioni di Facebook, quelli che l’hanno inventato, o quelli che con diversi milioni di follower ci hanno guadagnato delle fortune. Il risultato è un’immersione in soggettiva in una dimensione alfanumerica che, a giudicare dalle situazioni che si vengono a creare, dai bizzarri incontri sul web e nel reale avuti dal protagonista e dalle scoperte alle quali giunge lungo il folle cammino, assomiglia paurosamente a una specie di “corte dei miracoli”. E sono proprio gli incontri con alcuni dei follower più folli presenti su Facebook a rappresentare i passaggi più riusciti del film (vedi quello con la Signora in rosa).
La tecnica usata da Pinvidic, qui alla sua prima e al momento unica esperienza dietro la macchina da presa, è quella del giornalismo d’inchiesta immersivo, vede il soggetto che  conduce l’indagine penetrare nell’ambiente sino ad esserne completamente assimilato. Con l’approccio e la faccia tosta di uno Spurlock o di un Moore, ma non con la medesima prorompente presenza scenica, Pinvidic si tuffa nel ventre della bestia trasformandosi in un autentico infiltrato attraverso un falso profilo. Questa pratica è molto diffusa, con tutti i danni collaterali che ne scaturiscono, tanto da diventare il plot di un reality di successo a stelle e strisce dal titolo Catfish. Questo gli consente di muoversi indisturbato nel social, quanto basta per scandagliarlo da cima a fondo e valutarne i pro e i contro, ma anche per venire a conoscenza di come la “creatura” di Mark Zuckerberg può arrivare a  influenzare, nel bene o nel male, le vite di miliardi di persone.
Ne viene fuori un interessante studio socio-antropologico sull’Io 2.0, incapace di vivere nella realtà, preferendo ad essa quella virtuale. Il merito del documentario sta nell’averla condotta senza alcun pregiudizio, con uno stile narrativo veloce, divertente e accattivante. Uno stile, quello di Pinvidic, d’assalto e in quanto tale costretto a ricorrere a diverse tipologie di hardware di ripresa. La discontinuità qualitativa delle immagini e del suono è l’inevitabile conseguenza, ma visto la natura del progetto e il linguaggio che utilizza, questo neo passa per forza di cose in secondo piano. Interessante, ma non esaustivo, è anche il discorso sui pericoli dell’uso distorto di Facebook (e dei social in generale) e della violazione della privacy. Quando l’attenzione si sposta su queste tematiche, il documentario ne risente e perde la bussola dell’ironia che caratterizza positivamente le restanti argomentazioni. Ed è la perdita della bussola il tallone d’Achille di un’opera che, altrimenti, avrebbe guadagnato qualche punto in più in classifica.

Francesco Del Grosso

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