When I’m Done Dying

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

Note dolenti

Nata e cresciuta in Turchia, Nisan Dağ è una sceneggiatrice e regista poco più che trentenne ma con coraggio da vendere e un talento innato che ha già mostrato i suoi frutti, avvalorati dai riconoscimenti ottenuti dal suo esordio Across The Sea e da quelli portati a casa con l’opera seconda When I’m Done Dying, tra cui il premio per la migliore regia al Tallinn Black Nights Film Festival 2020. Quest’ultima, presentata in concorso alla 22esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce, mette in mostra un mix di consapevolezza, sicurezza, conoscenza del mezzo e soprattutto una notevole maturità artistica, a riprova che necessariamente non va di pari passo con l’età anagrafica. Proprio la proiezione nella kermesse salentina ci ha permesso di verificare di persona quello che di buono era giunto precedentemente alle nostre orecchie in merito alle doti dell’autrice e delle qualità emerse dal suo lavoro.
Con When I’m Done Dying torna a percorrere le strade tortuose del dramma sentimentale con le quali aveva debuttato sette anni fa, facendole convergere e intersecare con quelle altrettanto delicate del dramma giovanile, mescolando senza soluzione di continuità una love story travagliata con il romanzo di (de)formazione di un aspirante rapper diciannovenne di nome Fehmi (interpretato con forza, intensità e grande credibilità dall’esordiente Oktay Çubuk) proveniente da un quartiere malfamato di Istanbul. Un giorno il suo sogno di fare il grande passo sembra potersi avverare quando viene avvicinato da un importante produttore musicale, che offre a lui e al socio di barre l’occasione per incidere il primo album. Conosce poi Devin, una facoltosa dj di venticinque anni, e i due si innamorano perdutamente, trovando l’ispirazione che a entrambi mancava. Ma l’ardente relazione amorosa di questa coppia improbabile diventa ben presto tossica, mentre Fehmi fa sempre più fatica a tenere sotto controllo la sua dipendenza dal bonzai, una droga letale e a buon mercato.
Quando in apertura si accennava al coraggio dalla cineasta turca, questo lo si evince dal fegato da lei dimostrato nell’andare a girare nei quartieri più malfamati della Capitale, in quegli slum dove la sola legge riconosciuta è quella della strada, la lotta per la sopravvivenza è una battaglia quotidiana e i decessi giornalieri non si possono contare sulle dita delle mani. L’ambientazione nella quale affonda le radici la storia al centro di When I’m Done Dying contribuisce – e non poco – a conferire al tutto un grande realismo, che rappresenta il valore aggiunto di un’opera che da questo punto di vista non fa sconti in termini di durezza e verità. Il ché rappresenta senza ombra di dubbio il valore aggiunto di un film che lascia il segno proprio per la capacità di calare lo spettatore in un habitat ostile e degradato, senza fare sconti. Un habitat, questo, che l’autrice ha ricostruito in un slum fittizio di Istambul che ne raccoglie e ne rappresenta tanti. E anche se le vicende narrate nel film sono frutto dell’immaginazione della regista, lo spaccato che ne emerge è davvero veritiero e restituisce in pieno quelle che sono le reali difficoltà della resilienza in quei quartieri dimenticati di periferie.
Come altrettanto veritiero e realistico è anche il ritratto che la Dağ restituisce sullo schermo della scena giovanile e della cultura hip-hop della Capitale. Una scena che l’autrice già conosceva avendola raccontata in un episodio della serie di documentari targata MTV Rebel Music, incentrata sui rapper dei bassifondi di Istanbul. E il fatto di avere già frequentato l’ambiente in questione e masticato la materia lo si evince dal modo in cui la regista si muove e fa muovere gli interpreti nella scena. I graffiti di strada e i testi delle canzoni che contribuiscono alla costruzione della storia, agendo come uno specchio per esplorare più a fondo le vite dei personaggi. E in questo When I’m Done Dying non si distacca dalle altre produzioni che raccontano storie di cadute e risalite nel mondo dell’hip-hop: da 8 Mile a Zeta, sino ai più recenti Casablanca Beats e Lovely Boy. In tal senso, l’architettura drammaturgica e la sua costruzione segue alla lettera i dettami, i cliché e gli stilemi del filone di riferimento.
Dove invece il film prova a differenziarsi e trovare la sua strada è nell’affondare le radici del suo racconto nei temi cupi della dipendenza e dell’amore tossico, trovando il baricentro e il suo fuoco nella love story Fehmi-Devin e nel dramma della tossicodipendenza. Anche qui nulla che non sia stato già stato detto o mostrato, ma la verità con la quale il tutto viene reso e trasferito sullo schermo accarezza e pugnala a oltranza il cuore dello spettatore di turno. Dall’altra parte, la Dağ prende una decisione coraggiosa che, a conti fatti, si rivela un’arma a doppio taglio per la sua opera, senza però metterla pericolosamente in bilico o offuscarne le qualità. In When I’m Done Dying, la cineasta turca lascia volutamente al margine e sullo sfondo quello che invece in un film come Casablanca Beats del collega Nabil Ayouch diventa un elemento centrale, ossia il peso schiacciante della religione e della forma mentis delle famiglie conservatrici. Qui l’argomento, alla pari di altri (divario tra le classi sociali, matrimoni combinati e omosessualità), diventa parte integrante del tessuto narrativo senza però spiccare. Sono dunque più le cose che sottintende che quelle che dice in materia. Preferisce focalizzare attenzione su pochi e mirati aspetti della storia. E questo è al contempo un bene e un male, poiché le suddette argomentazioni avrebbero potuto aumentare il peso specifico dello script.

Francesco Del Grosso

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