Welcome to New York

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7.0 Awesome
  • voto 7

Potere, sesso e impotenza

Il furore morale che ci aveva fatto innamorare del cinema di Abel Ferrara se ne è andato da tempo, causa la dipartita artistica del sodalizio con Nicholas St. John. Ne siamo consapevoli e tuttavia abbiamo continuato a (in)seguirlo perché qualche benefica unghiata ad una società globale sempre più in corsa verso un’irreversibile omologazione i suoi film sono sempre stati in grado di darla, come ad esempio nel bellissimo e sottovalutato Mary (2005), prezioso oggetto di discussione quasi filosofica sull’autentico significato dell’essere religiosi nel nuovo millennio.
Con Welcome to New York, presentato al Festival di Cannes 2014 e attraverso piattaforme in streaming quasi simultaneamente in tutto il mondo, il cinema made in Ferrara effettua un altro scarto, tenendo a bada qualsiasi tentazione sensazionalistica e concentrandosi, forse persino troppo, sull’essenziale. Del resto l’argomento scelto dal regista newyorchese si prestava a trappole oltremodo scivolose: palesemente ispirato alla vicenda che vide protagonista l’allora plenipotenziario del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn, Welcome to New York ci riconduce alla galleria di personaggi dannati modellati da Ferrara, senza manicheismi di classe ma anzi con una sorta di sguardo complice, nel finale addirittura umanista. Oggetto di discussione, ovviamente, il Potere, analizzato in una specifica forma di deriva negativa. Quella della sua affermazione, ripetuta ad libitum al pari di una vera e propria tossicodipendenza (ricordate il “vampirismo” del quintessenziale The Addiction, nel lontano 1995?), attraverso il sesso. Diviso rigidamente in tre parti, a mo’ di moderna tragedia greca anche e soprattutto per la sua ineluttabilità, Welcome to New York racconta di un personaggio appunto potentissimo, tale Devereaux, che vive ormai in una sua particolare dimensione quasi animalesca, dove è il sesso – declinato in ogni possibile variazione, a pagamento o semplicemente interessato – a scandire ogni momento della vita. Appoggiandosi al corpo debordante ed ormai irreversibilmente segnato dal tempo di Gérard Depardieu, Ferrara mette in scena, semplicemente, uno spaccato sociale in cui tutto ha una tariffa prestabilita. Una sfilata amorale – nel senso che il regista si guarda bene dall’emettere alcun giudizio aprioristico – di giovani organi sessuali femminili pronti a soddisfare ogni esigenza del Re per denaro (prostitute “ufficiali”) oppure per promesse di futuri favori (prostituzione “virtuale”). Una distorsione della realtà talmente forte che pure la sequenza brutale dello stupro ai danni di una cameriera di colore dell’albergo di lusso dove Devereaux si era trovato a pernottare, sembra solo, analizzata dal punto di vista del protagonista, un colossale “malinteso”: per Deveraux ogni donna che compenetra il suo spazio è destinata a diventare automaticamente oggetto sessuale proteso a soddisfare la propria libido infinita.
Dopo il Paradiso – ma con connotazioni “infernali” perché appunto causato da una dipendenza. Del resto pensare che Ferrara creda a tali suddivisioni parrebbe abbastanza ingenuo… – inevitabilmente l’Inferno autentico. L’arresto, il soggiorno nelle prigioni statunitensi durante il quale Devereaux vede disintegrarsi l’icona di se stesso costruita in decenni di brillante carriera. La fine di un Potere in apparenza privo di limiti. Perciò, dopo l’espiazione, arriva il Purgatorio. Cioè la parte diegeticamente più interessante e meno prevedibile di Welcome to New York. Quella in cui il personaggio principale, nonostante l’ambigua assoluzione legale, trova il coraggio di mettere in discussione l’intero suo essere, dalle proprie capacità politiche (“Avresti potuto avere in mano la Francia” gli dice la moglie interpretata da Jacquelin Bisset. “Non sarei stato in grado” risponde Devereaux) alla presa d’atto del fallimento in ogni settore esistenziale, a partire dai rapporti famigliari sacrificati sull’altare di un’invincibile ossessione. Salvo poi trovare assai più comodo, unica possibilità di sentirsi ancora vivo, ricadere nei vecchi vizi mai abbandonati con la nuova cameriera di casa.
Comprendiamo dunque fino ad un certo punto la querela intentata dal vero Strauss-Kahn alla produzione del film. Poiché la sensazione che attraversa la visione di Welcome to New York è tutt’altro che quella di trovarsi di fronte ad un isolato caso umano bisognoso di cure. Come insegnano anche i fatti degli italici lidi, se non è norma poco ci manca.
Benvenuti a New York, città manifesto di un intero mondo secondo Abel Ferrara.

Daniele De Angelis

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