Waves

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Con il senno di poi

Da oltreoceano, laddove ha avuto le sue première nei festival di Toronto e Telluride, voci di corridoio degli addetti ai lavori lo hanno indicato tra i possibili outsiders alla prossima notte degli Oscar. Sinceramente dopo averlo visto alla 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma non pensiamo possa avere molte possibilità, perché per quanti elementi positivi si possano rintracciare in Waves, difficilmente il film scritto e diretto da Trey Edward Shults può ambire a certi traguardi. Pro e contro, infatti, al fotofinish si compensano, creando un limite oltre il quale l’opera terza del pluri-premiato regista statunitense, autore di It Comes at Night e Krisha, non riesce ad andare.
Shults, infatti, prova il salto più lungo della gamba, ma si ferma a metà strada con una storia che mescola il romanzo di formazione con il dramma casalingo e sentimentale. Il crocevia e l’intersezione trovano il punto di non ritorno nella vita di un ragazzo di nome Tyler, un giovane afroamericano che sembra avere tutto ciò di cui ha bisogno: una famiglia benestante per sostenerlo, un posto nella squadra di wrestling del liceo e una fidanzata di cui è perdutamente innamorato. Determinato a conquistare il successo e costantemente sottoposto allo stretto controllo del benintenzionato ma dispotico padre, Tyler trascorre tutte le sue mattine e le sue serate ad allenarsi. Tuttavia, nel momento in cui viene oltrepassato il limite, la vita apparentemente perfetta di Tyler comincia a mostrare le prime crepe, e la tragedia è pronta a consumarsi.
Waves racconta delle onde della vita, quelle che ti trascinano con sé o che possono farti annegare. Metaforicamente parlando altro non sono che gli alti e i bassi di un percorso esistenziale mai lineare, gli stessi che possiamo ritrovare anche in una timeline che si prolunga senza una vera e propria motivazione narrativa e drammaturgica oltre le due ore. Ciò che viene mostrato e raccontato poteva tranquillamente rientrare in una durata inferiore, per cui quei minuti di troppo alla fine risultano assolutamente accessori. Un’epurazione in tal senso avrebbe sicuramente giovato a una fruizione che, nonostante le digressioni di troppo, riesce a raggiungere lo spettatore di turno con una serie di momenti dal forte impatto emotivo: dal duro confronto verbale tra Tyler e suo padre allo scontro tra il ragazzo e la sua fidanzata dopo il mancato aborto, passando per il discorso d’addio in ospedale tra Luke il padre malato terminale. Questi sono solo alcuni dei passaggi emotivamente più coinvolgenti offerti da un’opera che da questo punto di vista si rivela molto generosa con il pubblico.
In alcuni casi le emozioni possono essere sufficienti a sostenere un film, ma bisogna saperle canalizzare. Shults le sa coltivare e materializzare sullo schermo tanto con la scrittura quanto con la direzione degli attori (su tutte spiccano le interpretazioni di Taylor Russell, Kelvin Harrison Jr. e Sterling K. Brown), ma bisogna saperle anche controllare per impedire a queste di dare origine a passaggi che spiccano troppo su altri. Questo per dire che Waves è il classico dramma dalla temperatura altalenante, nel quale l’eccessiva spinta sull’acceleratore sfocia nella tragedia. Quando invece l’autore riesce a sfruttare al meglio il flusso emozionale come nelle suddette scene, allora è lì che sullo schermo si sbocciano i frutti più maturi. La stessa maturità che si evince dalla padronanza della macchina da presa (l’incipit e l’uso efficacissimo della panoramica circolare a 360° ne sono la dimostrazione), con una regia camaleontica perfetta nell’assecondare le mutazioni genetiche di una sceneggiatura costruita su tre atti caratterizzati da altrettanti punti di vista: quello di Tylor, quello di sua sorella Emily e quello corale di un nucleo familiare andato in frantumi. Attraverso questi step, Shults affronta tematiche universali (i legami affettivi, il senso di colpa, il perdono, il confronto generazionale) e scandisce le fasi di un percorso di risalita. Un percorso, questo, restituito sullo schermo attraverso un riuscito gioco di mascherini che sottolinea le aperture e le chiusure nei destini dei personaggi, le speranze e le porte sbattute in faccia.

Francesco Del Grosso

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