Volevo solo vivere

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7.0 Awesome
  • voto 7

Cruda semplicità   

Un regista come Mimmo Calopresti, si sa, ha sempre dedicato particolare attenzione agli avvenimenti storico-politici del nostro paese. Stesso discorso vale per il suo documentario Volevo solo vivere – realizzato nel 2006 – con il quale ci mostra una tragedia di portata mondiale raccontata attraverso le parole e gli sguardi dei sopravvissuti italiani ai campi di concentramento.
Una bambina, sorridente, sta beata tra le braccia di suo papà, in una foto risalente agli anni Quaranta. Tre fratellini guardano l’obiettivo della macchina fotografica, probabilmente un po’ a disagio nei loro vestitini a festa. Una giovane ragazza sembra raggiante al braccio del suo fidanzato. Sono immagini, queste, di normale quotidianità, di intensa quanto effimera felicità che, di lì a breve, sarebbe stata cancellata, forse per sempre. Di lì a pochi anni, nel 1943 per l’esattezza, le truppe della Germania nazista avrebbero invaso l’Italia e deportato nei loro campi da lavoro migliaia di cittadini ebrei. Le storie di alcuni di loro ci vengono raccontate dai protagonisti stessi. Sono queste, infatti, le storie di Nedo, di Schlomo, di Settimia, di Giuliana, di Arminio. Storie che Calopresti è riuscito ad immortalare con uno sguardo empatico e distaccato al punto giusto, spesso addirittura affidando ad altri i compiti di realizzare le interviste qui presenti.
Apparentemente semplice, Volevo solo vivere rivela, in realtà, un attento e complesso lavoro di scrittura alla base di tutto. Dalla vita prima dei campi, fino alla deportazione stessa. Dai duri giorni insieme agli altri internati, alla liberazione da parte degli alleati. Crude immagini di repertorio e – come già abbiamo detto – fotografie d’epoca si intervallano all’andamento lineare dei racconti degli ex prigionieri, per un crescendo di pietà, tensione, a tratti addirittura di incredulità. Il documentario di Calopresti ha la caratteristica di andare diretto al punto, senza lasciarsi distrarre da qualsivoglia elemento “di disturbo”. Non vi è spazio, ad esempio, per la musica – salvo durante rari momenti – non vi è spazio per particolari effetti di post produzione, non vi è spazio neanche per un’eventuale voce narrante, sapientemente sostituita con brevi ma esaurienti didascalie. Quello che si vuol mostrare lo si mostra, quel che si vuol raccontare è qualcosa di cui abbiamo sentito più e più volte parlare, ma mai attraverso le parole dei protagonisti di questo lavoro, almeno fino al momento della visione stessa. A loro, di fatto, è lasciato tutto lo spazio.
Sono soluzioni, queste adottate da Calopresti, che indubbiamente si sono rivelate vincenti, se si pensa a ciò che qui si è voluto raccontare. Il risultato finale è un piccolo ma potente e, soprattutto, necessario prodotto forse passato un po’ troppo sotto silenzio, ma che risulta efficace come pochi documentari sanno essere e che, anche visto e rivisto, non smette mai di far male. Un’opera che rivela un giusto mix di rabbia e di voglia di verità. Un lavoro che – proprio per i suoi chiari intenti – ha fin da subito destato l’attenzione di un cineasta del calibro di Steven Spielberg, il quale – reduce dal grande successo di Schindler’s List – ha addirittura deciso di produrlo.

Marina Pavido

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