Visioni Differenti: The Zero Theorem

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Il destino è quel che è, non c’è scampo più per me!

Lo sapete, i film di Terry Gilliam sono visioni. Caleidoscopiche allegorie potremmo chiamarli, se rincorressimo la banalità della vulgata, inquietanti profezie oppure, se considerassimo lui come medianico sciamano. Proiezioni programmatiche, diciamo invece, perché così ci va.

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The Zero Theorem è questa visione, ultima come ultimativa e in sè definitiva. La triste storia di un personaggio dal nome ovviamente assurdo, interpretato in modo ovviamente straordinario da Christoph Waltz, che cerca a suo modo il senso della vita, ancora e sempre The Meaning of Life, avviluppato in grovigli di reti neurali e neuronali. Più che un manifesto, il film è il lascito testamentario di un uomo terrorizzato, luddista, reazionario, nichilista. E che questi appellativi non vi suonino come una censura, chè gli estremisti autodidatti ci sono sempre piaciuti, e quest’opera ha già sofferto di una censura grottesca, da contrappasso persino, vedendosi rimossa la locandina originale negli States in quanto esibente chiara effigie di deretano maschile, il culo di Waltz appunto, come sopra.

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Luddista, anzitutto. Terry ha sempre odiato le macchine. Le odia, perché le teme, e le teme perché non le capisce più, o non le ha capite mai, bramandone la distruzione come estremo trionfo della volontà. Il suo Qohen Leth, con un bel martello, fa scempio di monitor e occhi elettronici, espianta cavi ottici a mani nude, distrugge nei momenti di sconfortoiquel che si trova a tiro. Ha bisogno di credere, ha bisogno di speranza, intanto vive e lavora segregato in una chiesa sconsacrata, dove le icone religiose si alternano a pachidermiche postazioni PC. Il suo mondo non è un futuro possibile, piuttosto una dimensione parallela già passata. Per intenderci, sembra la preistoria del tempo-spazio di Minority Report, cavi cavetti e joypad, come in quell’altro suo filmone, invece di lettori ottici e schermi no touch, tutto è troppo pesante, soffocante, un mondo di materia bigia, nemmeno un poco ravvivato dalla solita parata di freaks che sono il marchio di fabbrica di Gilliam.

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Qui non c’è dio, bene benissimo. Al suo posto c’’è il management, inaccessibile ma ubiquo e onnisciente. Geniale intuizione quella di immaginare un capitalismo di emanazione divina, che costringe gli uomini a lavori routinari e seriali per risolvere l’enigma dell’universo, ma il genio si ferma qui, subentra, appunto la paura. Non è l’orrore, è la consapevolezza dell’ estrema solitudine, e allora: canto dell’ amore impossibile (via web) con una indimenticabile ninfetta, sedute psicanalitiche da remoto, prove di famiglia di fatto con un giovane hacker con  il senso di colpa di una paternità sacrificata alle proprie ossessioni. Inesorabile e inconsapevole si apre il buco nero, il vuoto che attende tutti alla fine di tutto, lo zero alla fine di ogni teorema, e tutto vi si perde, anche la finzione degli affetti. Memento mori, ecco qua, Gilliam il ribelle trasformato in Savonarola.

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In Symbol,  il grandissimo H. Matsumoto immaginava che il buco nero fosse un grande ano cosmico, e che un peto, una scureggia galattica soffiasse alla fine sulle nostre misere vite. Preferisco pensarla così, piuttosto che perdermi nel crepuscolo dei sogni di un Maestro che non sa più dove guardare.

The Zero Theorem
Terry Gilliam
USA, Romania, Uk, Francia 2013

Dikotomiko

http://dikotomiko.wordpress.com/

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