Visioni Differenti: One on One

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Venezia, il Festival ed i Giustizieri di Seul

Tutto sto ciarlare sui Leoni di Venezia, non ha senso quello d’Oro, a chi avrei dato quello d’Argento, la coppetta per l’attricetta non è  meritata, i pronostici non ci hanno azzeccato, tutto sto chiacchiericcio è frustrante, volgare, compulsivo. E anche reazionario, che ci sta sempre bene. Gente che inorridisce per la sarabanda a pizza e fichi della Notte degli Oscar, e poi si accapiglia perché un film d’autore senza medaglietta varrebbe meno di un film di Moccia. Giudicare è umano e naturale, ma troppo personale e soggettivo, ovviamente, quindi le classifiche, le liste, i trofei valgono quanto una scoreggia sott’acqua. Capita poi che uno dei primi film di Venezia 71 sia One on One, ultima fatica di Kim Ki-duk. Il film non è concorso, e questo suo non essere in competizione dovrebbe propiziare serenità e amenità di visione, invece no, il film viene canzonato, sminuito, tollerato, alla fine addirittura dimenticato, nonostante sia dichiaratamente un film politico, a detta dell’autore. Certo, solo Ken Loach ha la patente di cineasta politically engaged. Anzi no, anche Pablo Larrain, chè alla fine il sottoproletariato inglese e i comunisti intillimanici cileni sono humus per la cultura radical chic. The Look of Silence di Oppenheimer è un film politico che ha goduto di gloria veneziana, vero, ma scegliendo la rappresentazione documentaria del racconto che si pone al di là del cinema come visione. Nessuno ha saputo apprezzare un film politico di genere, per giunta sulla Corea del Sud (sulla corruzione in Corea del Sud, dice Kim), ai più bastando il ricordo dell’arbitro Byron Moreno, ai meno bastando il pregiudizio sulla decadenza dell’autore. Quasi nessuno, perché Dikotomiko pensa differente e lo dice qui: One on One è un grande film, One on One è un capolavoro. Kim Ki-duk, o forse è meglio chiamarlo Chuck Kim Pahlaniuk Ki-duk, si è inventato una variante dell’eterno gioco delle vittime e dei carnefici, crimine pubblico e giustizia privata nella Seul dell’oggi. L’invenzione è una messa in scena teatrale, didascalica quanto simbolica, in bilico tra Fritz Lang (quindi Brecht) e Kurosawa. C’è un ex-militare che vuole giustizia per lo stupro/uccisione della figlia, seduce un manipolo di scagnozzi pescati tra i reietti e i repressi e  comincia quindi la sua caccia all’uomo, estorcendo confessioni ascensionali a suon di martellate, dall’ultimo dei criminali coinvolti fin su fino alla cupola politica dei colpevoli. Si è detto che il film si concentra onanisticamente sull’esibizione delle torture; niente di più falso, le torture sono rappresentate in maniera asettica e pudica, quasi sempre fuori dallo schermo: nessun estremo alla Moebius, purtroppo, salvo il meraviglioso finale. L’interesse di Kim verte sui rapporti di potere, sul capitalismo ludico-libidico (la brama di uno Zippo, di un Rolex autentico) su intimidazione, omertà, prevaricazione. Le sue sono riflessioni disperanti sulla vita sociale ai tempi del capitalismo finanziario: il sonno comatoso delle coscienze genera compromessi letali e ottusità perenni, c’è sempre qualcuno che sta peggio, tanto vale non lamentarsi e tirare a campare. Corea del Sud, ma anche Italia, ma anche mondo. Con la levità ironica propria del Maestro, Kim Ki-duk anima e traveste i suoi giustizieri variamente, ora da gangster di strada, ora da agenti segreti, ora da squadra speciale anticomunista (!) e innesca riflessioni bipolari disturbanti assai sulla liceità della violenza o sulla necessità dell’azione. L’azione è politica, militare, rivoluzionaria, va portata nella quotidianità del microcosmo familiare, contro le prevaricazioni del maschio sulla femmina e del ricco sul povero. Quando l’unica donna giustiziera  abbandona il gruppo, spaventata dalle azioni radicali e “terroriste” del capo, afferma di preferire la violenza subìta (le botte e il disprezzo del suo fidanzato) a quella agita. Una non scelta tra due mali, che implica la necessità ontologica di uno dei due. Sconvolgente.
Forse è già troppo tardi, ma è bene ricordare, anche a chi è più giovane di noi, che questo non è il migliore dei mondi possibili, è solo dei tanti mondi brutali che saremmo disposti a sopportare, senza muovere un dito, tenuti in vita dal terrore della vita stessa.
E io chi sono ?

Dikotomiko

http://dikotomiko.wordpress.com/

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